Il cinquantesimo anniversario della morte di John Fitzgerald Kennedy ha mostrato due diversi approcci a ciò che accadde a Dallas il 22 novembre 1963. Da una parte l’attenzione verso la ricostruzione dei fatti e la successiva loro lettura. Dall’altra opinioni sulla figura del presidente Kennedy, frutto di una seleziona di cosa considerare e cosa tenere in minore o in alcun conto.

Il primo approccio respinge la versione ufficiale dell’assassinio di JFK, secondo cui c’è stato un solo colpevole, Lee Harvey Oswald, che sparò dall’alto di un palazzo, colpendo il presidente da dietro. Il secondo accoglie la versione ufficiale e accusa gli altri di complottismo. Schematizzando, da una parte complottisti cosiddetti, dall’altra ortodossi d’occasione — per non dire creduloni.

L’assassinio di John Kennedy è l’indicatore classico di come ci si pone di fronte a un fatto la cui genesi e il cui svolgimento sono in gran parte ignoti. Ci si può fermare in superficie o si può tentare di andare più a fondo, accogliere le versioni ufficiali o analizzare gli elementi disponibili. Sono vere e proprie fazioni che si confrontano, non senza polemiche. In realtà, però, si tratta spesso di discussioni sterili, di polveroni utili solo a nascondere ulteriormente più che svelare, di occasioni per mettere in mostra una presunta originalità o un altrettanto presunto buon senso.

Effettivamente, il complottismo, cioè immaginare complotti dietro ogni fatto, è un rischio reale della ricerca storica e anche del giornalismo. Che sia un rischio, però, non può determinare l’esclusione a priori dell’ipotesi del complotto. Chi fa ricerca seria, chi analizza le fonti, chi muove solo da elementi oggettivi, chi sa distinguere tra evidenza e opinione non può temere di valutare, se occorre, anche l’ipotesi del complotto e non può, per questo, essere accusato di complottismo. Se la storiografia si fosse fermata alle versioni ufficiali, la storia sarebbe una favoletta da focolare. Per tanti andrebbe bene così. Ma questa è propaganda non è storia.

Non solo la storia. Tutta la ricerca, intesa come origine del nuovo, deve mettere in conto di scontrarsi con la cultura dominante. È talmente evidente che mi limito solo a ricordare due nomi: Cristoforo Colombo e Galileo Galilei. Talmente evidente, ma spesso trascurato da predicatori del pensiero laico, che non disdegnano affatto di razzolare nel dogmatismo più ottuso. Opportunisti.

L’anniversario della morte di John F. Kennedy, nel mostrare i due diversi approcci descritti, è occasione che mette in luce anche la differenza tra storiografia e giornalismo, per alcuni aspetti simili. La storiografia ha lo sguardo più lungo e comprensivo, il giornalismo si occupa del presente e del dettaglio. Questo determina nella storiografia una certa lentezza e continuità, nel giornalismo una maggiore sensibilità al clamore e alle preferenze mutevoli del pubblico. Ecco che il primo approccio descritto risulta più storiografico, il secondo più giornalistico. Oggi, dopo tanti anni passati a cercare di ricostruire i fatti di Dallas del 22 novembre 1963, sembra siano prevalse la tendenza ad accettare la versione ufficiale del delitto e la ridefinizione della figura del presidente Kennedy, di cui si preferisce mettere in evidenza gli aspetti negativi.

La locandina di Parkland (mymovies.it)Che oggi sia prevalsa la versione ufficiale lo dice il film Parkland, di Peter Landesman, prodotto tra gli altri da Tom Hanks. Un bel film, al cui centro, però, non c’è tanto l’assassinio, ma le conseguenze emotive su alcune figure minori tra i coinvolti. Non c’è impegno civile, quanto piuttosto il dramma di una nazione. Lo annuncia bene l’immagine della locandina: la bandiera americana a mezz’asta su fondo nero. Tutto nero. Aldo Cazzullo ha scritto sul «Corriere della Sera» a proposito del film: «Cinquant’anni dopo, non resta che la sofferenza e il rimpianto. L’America si è arresa al fatto di non sapere, alla lontananza della verità».1 Dubito che sia così, anche per l’esito negativo del film negli Stati Uniti.2 Più semplicemente Parkland rappresenta un altro punto di vista, invece che la negazione del classico JFK di Oliver Stone. Nel cinema, sulla morte di Kennedy, l’impegno civile era stato già speso egregiamente, quindi non restava che la rappresentazione dei sentimenti. Tuttavia, ciò non vuol dire che le diverse scelte cinematografiche siano casuali. Sono piuttosto i frutti di differenti contesti culturali e storici. E di fatto, Parkland sarà il manifesto degli ortodossi d’occasione, JFK di Stone lo è da vent’anni dei complottisti cosiddetti.

In Italia, la Rai ha acquistato i diritti di del film di Landesman e quindi è diventata per l’occasione ortodossa. Appunto. Ha trasmesso il film la sera dell’anniversario, venerdì 22, in prima serata su Rai 3. Ha trasmesso anche JFK di Stone, ma il mercoledì su Rai 4.

Che sia prevalsa la tendenza ad accettare la versione ufficiale lo dice anche Maurizio Molinari su «La Stampa», fissando i punti fermi del caso Kennedy: «Due colpi, un solo killer ma le indagini di Fbi e Cia “frettolose e inadeguate”». La versione dell’Oswald solitario diventa addirittura un punto fermo, anche se con alcuni dubbi. L’unico colpevole ha ucciso il presidente con «due pallottole sparate da dietro di lui e dall’alto».3

Tra i punti fermi fissati da Molinari c’è, però, il film 8 mm di Abraham Zapruder. Ora, a cinquant’anni dall’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, messi da parte ortodossi e complottisti, l’unico punto davvero fermo è quel filmato. Punto fermo perché elemento oggettivo. Una sequenza di fotogrammi che dura pochi secondi, quanto basta per documentare che il colpo mortale fu sparato di fronte al presidente e da un’altezza media, non «da dietro di lui e dall’alto». Basta, non serve altro.

I fotogrammi di Zapruder (youtube.com)

Non serve altro per affermare che la versione ufficiale è un falso. La storia ne è piena, anche i falsi, svelati, sono fonti, anch’essi raccontano a chi voglia ascoltare. È una conoscenza che ciascuno è libero di accettare o rifiutare, ma che nessun polverone, nessun interesse di bottega, nessuna opinione può cancellare. La verità è meno lontana di quanto non sembri o di quanto si voglia far sembrare.

La questione per chi fa ricerca inizia col saper cercare, ma prosegue con il dovere di accettare. Il resto è propaganda. La realtà non è mai un postulato.

 

1 A. Cazzullo, I medici, la scorta, l’assassino: nel film voluto da Tom Hanks l’America rinuncia a capire, in «Corriere della Sera», 22 novembre 2013, p. 15
2 «Meno fortunato dei suoi corrispettivi in TV è stato invece Parkland, esordio alla regia del giornalista Peter Landesman, accolto in sala il 2 ottobre da recensioni quasi uniformemente negative («non dice nulla di nuovo», era il ritornello critico) e indifferenza totale del pubblico.», in G. D’Agnolo Vallan, La prima star planetaria della politica e le ossessioni dei «complottisti», in «il manifesto.it», 22 novembre 2013
3 M. Molinari, Due colpi, un solo killer ma le indagini di Fbi e Cia “frettolose e inadeguate”, in «La Stampa.it», 15 novembre 2013

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2 commenti

  1. Gli ultimi studi, però, confermano come assolutamente fattibile sia la traiettoria del proiettile (che non va a zig-zag come si inventa Stone), sia il movimento della testa che sembra innaturale.
    http://goo.gl/BssmGe
    Poi di cose poco chiare se ne può parlare, però non può essere il film di Stone il manifesto.

    • Oggi fa più notizia ed è considerata espressione di buon senso accettare la versione ufficiale, quella della Commissione Warren per intenderci. Così come vent’anni fa era il contrario. Ne ho preso atto. Appunto il titolo «per non dimenticare» e l’articolo.
      A me non appassiona la disputa e non sono un esperto del caso Kennedy.
      Considero il film di Oliver Stone un manifesto culturale (non del complottismo), soprattutto oggi, vent’anni dopo l’uscita e con l’aria che tira. Per questo mi ha fatto piacere che venerdì 22 in televisione Lucio Villari ne abbia consigliato la visione.
      Il film di Stone è basato sull’inchiesta del procuratore Jim Garrison, un uomo di cui ho ammirato il lavoro e la dedizione.
      Ben venga la lotta alle bufale, ci mancherebbe, ma il caso Kennedy credo sia un’altra cosa.

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