Festa dei Piccoli Comuni (lunigianasostenibile.it)La novità della politica italiana d’inizio 2014 è l’accordo tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi su una nuova legge elettorale e su una più articolata riforma istituzionale, che dovrebbe determinare la fine del bicameralismo perfetto cosiddetto, ovvero di un parlamento con due camere legislative sostanzialmente uguali. Ciò sarebbe attuato con la soppressione del senato come camera legislativa elettiva, così come è previsto dalla costituzione, sostituito da un’assemblea di rappresentanti delle amministrazioni locali, senza alcuna indennità di carica. In altre parole, ai nuovi senatori spetterebbero zero euro.

Al di là dei capricci degli ex-comunisti del Pd secondo i quali Renzi loro segretario non avrebbe dovuto in alcun modo dialogare col pregiudicato Berlusconi, di fronte a una riforma del genere viene da esclamare: finalmente! Aggiungendo subito, però, che di tali riforme in Italia si discute da almeno vent’anni. Sarà stavolta quella buona? Vedremo.

Il punto è che i problemi quotidiani in Italia sono altri e l’architettura istituzionale, sebbene presupposto fondamentale della vita dello Stato, di questi tempi non è proprio la priorità. Di certo non dovrebbe esserlo nel dibattito pubblico. Se da un lato per lo Stato centrale urge una riforma profonda, dall’altro anche l’organizzazione periferica — forse più di quella centrale — attende interventi strutturali e culturali innovativi, che la tirino fuori dalla palude di immobilismo e di interessi deviati o criminali nella quale è finita da lungo tempo.

Per organizzazione periferica dello Stato intendo i comuni, non tanto le regioni e le province, queste ultime avviate verso una soppressione analoga a quella che dovrebbe toccare al senato. L’Italia è il paese dei comuni e lo è davvero, non si tratta di una banalità. In Italia ci sono ben 8.092 comuni. Statisticamente parlando, c’è un comune ogni 7.348 abitanti, pochi, troppo pochi, anche solo per un calcolo statistico. La realtà è peggiore. I comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti sono il 70,4%. In essi risiede solo il 17,4% della popolazione nazionale. Vuol dire che 5.697 comuni amministrano meno di un quinto di italiani. È una frammentazione eccessiva, che determina, tra l’altro, oggi più che mai, uno spreco di risorse.1

Ho scritto in altri articoli la mia personale soluzione della questione, radicale quanto chiara: soppressione dei comuni più piccoli (ad esempio, sotto i tremila abitanti) e accorpamenti a formare nuovi organismi amministrativi, più ampi e popolati, quindi con più risorse e maggiori chances.2 Tuttavia, ora non voglio perorare la mia tesi, ma osservare gli effetti della frammentazione comunale, dando conto anche di un dibattito sul tema attivo in Italia, sebbene trascurato.

L’Associazione Nazionale Comuni d’Italia è impegnata a ottenere dallo Stato centrale semplificazioni e agevolazioni per le associazioni di piccoli comuni.3 Questo a mostrare come dato ormai oggettivo che le gestioni associate per i piccoli comuni sono un vantaggio quando non addirittura una necessità. L’ANCI Piccoli comuni indica da anni la via delle associazioni come privilegiata per offrire servizi pubblici migliori e risparmiare notevoli risorse. Si tratta, osservo io, di un compromesso anche accettabile tra la tutela delle identità comunali — ormai anacronistiche — e la necessità di continuare a dare servizi, obiettivo questo sempre più difficile da raggiungere per i piccoli comuni italiani. Ciò esclude le soppressioni, concetto ovviamente estraneo all’ANCI, ma cerca di costruire comunque un futuro possibile per le piccole comunità e per i territori più depressi.

Il centro della questione è la crescente mancanza di fondi disponibili per i comuni, grandi e piccoli, con maggiori e più evidenti difficoltà per gli ultimi. Infatti, è di questi giorni l’incontro a Roma tra il governo e il presidente ANCI Piero Fassino, sindaco di Torino. La girandola di imposte comunali degli ultimi anni fino a oggi — dall’ICI all’IMU, alla Tares, alla Tasi, alla prossima IUC — ha sottratto risorse notevoli ai comuni. Fassino ha ottenuto l’impegno del governo a reperire fondi per colmare i vuoti nei bilanci comunali causati dalle recenti riforme dei tributi.4 Essendo i fondi disponibili minori che in passato, ecco la necessità di ottimizzare, di evitare gli sprechi, di adottare la soluzione delle gestioni associate da parte dei piccoli comuni. Se si fermano i comuni si ferma l’Italia.

Insomma, come dicevo, una nuova struttura delle amministrazioni locali, dello Stato periferico, è in Italia una priorità, più di tante altre questioni.

La diminuzione delle risorse centrali disponibili per i comuni, piccoli e grandi, determinata dalla grande crisi economica internazionale degli ultimi cinque anni, mostra un primo punto debole, soprattutto dei piccoli comuni: subire le difficoltà economiche nazionali e globali. Come può una comunità di poche migliaia di abitanti difendersi dai contraccolpi dell’economia internazionale?

Una risposta possibile è la valorizzazione delle risorse locali, ambientali, culturali e umane, anzi, prima umane e quindi ambientali e culturali. Da sempre il tratto distintivo di una società e di una civiltà, piccole o grandi, è la forma di azione e interazione col proprio territorio e la consapevolezza della propria cultura. In questo i piccoli comuni italiani giocano gran parte della loro partita di sopravvivenza. Si tratta, a pensarci bene, di una opportunità che la crisi economica offre. Crisi è passaggio, quindi selezione. I piccoli comuni ce la fanno se puntano sulla qualità.

Ogni vulnerabilità ne genera altre. Se i piccoli comuni subiscono i contraccolpi dell’economia nazionale e globale, accentuano la loro natura periferica. Periferia intesa come margine anche qualitativo di un territorio e di una società. Periferia intesa come antitesi di autonomia, come legame di sudditanza col centro. Attenzione, perché il rischio per l’Italia è molto alto: essendo i piccoli comuni la stragrande maggioranza, la gran parte del territorio nazionale può ritrovarsi ai margini di tutto. Che vuol dire arretratezza e quindi ai margini del futuro. E se così fosse, l’Italia tutta sarebbe periferia dell’Occidente.

L’Italia dei comuni è l’Italia del campanile. Oggi, però, vivere questa tradizione come arroccamento e chiusura equivale a minare fin dalle fondamenta lo stesso amato campanile. Si tratta, invece, di cogliere i frutti migliori del passato e di fonderli con le più moderne opportunità. Tra tutte la tecnologia informatica, Internet. La rete, però, è servizi; è impresa e commercio, quindi economia; è studio e ricerca, quindi cultura. Non può essere limitata a luogo virtuale di chiacchiere, che dà l’illusione del progresso e invece diventa un surrogato tecnologico del bar, del circolo o della piazza. L’informatica deve creare nuova occupazione, intesa come nuovi lavori, non può essere pensata e usata a sostegno di vecchi impieghi e vecchie abitudini. Al contrario, l’informatica riduce il numero di vecchi impiegati e ciò non è un danno, ma un segno dei tempi e una indicazione di percorso.

L’informatica è servizi, i servizi sono qualità della vita, la qualità della vita è forse la risorsa più grande. I piccoli comuni hanno l’opportunità esclusiva di poterci aggiungere un ambiente migliore. In tal senso, le sciagure più grandi che hanno colpito l’Italia negli ultimi decenni sono state le violenze inferte al territorio: dalla spazzatura a cielo aperto, alle discariche di scorie inquinanti, alla cementificazione di chilometri di spiagge. La qualità dell’ambiente non è uno slogan, ma una necessità e quindi anch’essa una risorsa. Soprattutto dei piccoli comuni, della provincia italiana..

Qualità della vita è anche assistenza sanitaria, in particolare agli anziani. Si tratta di un altro ambito in cui i piccoli comuni possono costruirsi un ruolo e quindi un futuro. Anziani persone, non anziani titolari di un assegno di pensione. È il caso di specificarlo.

In conclusione, un piccolo comune barricato a difesa del proprio campanile, dei propri interessi particolari e di interessi di pochi non è autonomo, ma periferia. Oggi autonomia è apertura a collaborazioni, è disponibilità a essere squadra. Autonomia è costruzione di una rete che leghi e valorizzi un territorio, che lo renda un insieme di ex piccoli comuni.

La frammentazione causata in Italia dall’alto numero di comuni contribuisce a determinare spreco di risorse, marginalità, depressione economica, arretratezza, assenza di futuro. Che sia soppressione e accorpamento o gestioni associate è necessario agire in senso contrario alla disgregazione. Margini d’azione ce ne sono, per la politica nazionale, ma soprattutto per la politica locale. La vera svolta in Italia deve essere il recupero della dignità della cosa pubblica, che si attui dalla base, piuttosto che invocarla dal vertice, come sudditi impotenti. Certamente è necessario riformare l’assetto istituzionale dello Stato, cambiare la natura del senato e votare una nuova legge elettorale, ma questo non aiuterà gli italiani ad avere nuovi lavori, servizi più efficienti, una migliore qualità della vita. La politica nazionale ha responsabilità storiche, ma se un piccolo comune funziona male è strano e sterile pensare che i colpevoli siano solo a Roma.

 

1 Gettati al vento 19 milioni. Per il mancato taglio dei piccoli Comuni, in «lospiffero.com», 31 agosto 2011
2 Primi risultati del censimento 2011, 12 maggio 2012; I comuni e la mafia, 30 luglio 2013
3 Piccoli Comuni, Anci al Senato: “Semplificazione e termini più adeguati per gestioni associate”, in «anci.it», 14 gennaio 2014
4 Il presidente Anci: “Da governo impegno per copertura mancate entrate”, in «anci.it», 22 gennaio 2014

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