Vermeer, Ragazza con l'orecchino di perla (mauritshuis.nl)Oggi si parla spesso di nuovo e di innovazione, in luoghi e contesti diversi e con accezioni anche contraddittorie. In Italia se ne parla da anni: venti, trenta, quaranta. Se ne parla con una certa continuità dalla fine degli anni Sessanta del Novecento, quindi da tanto tempo. Sembra di essere in una transizione infinita, che però non è chiaro se sia effettivamente iniziata, quando e quali esiti possa avere. Sembra che domani debba essere o possa essere sempre un altro giorno, quando invece la storia insegna che per i popoli i punti e a capo, le cesure rapide e nette non esistono.

Al di là di questo, è interessante capire cosa è il nuovo o, almeno, cosa si intende quando lo si evoca. Chiarire i termini della questione deve essere sempre il punto di inizio di un’analisi. Oggi il concetto di nuovo è spesso significante di efficiente, di equo, di tecnologico, di libertario. Nella storia artistica e culturale europea, invece, nuovo è il recupero della realtà, liberata da orpelli formali o concettuali. Nuovo come realismo, artistico, scientifico, letterario.

È aperta a Bologna fino al 25 maggio la mostra Il mito della Golden Age. Da Vermeer a Rembrandt. Capolavori dal Mauritshuis. A margine di questa, provo a dire perché la pittura del Seicento olandese fa definire quel secolo artisticamente aureo.

Tra i personaggi che ho citato nel Frontespizio del sito per indicare esempi di innovazione radicale c’è Caravaggio. Lo stesso è valso anche per dire la difficoltà del nuovo ad affermarsi, cioè a prendere il posto del vecchio o solo a cambiarlo. Infatti, la pittura ufficiale del Seicento non è stata quella di Michelangelo Merisi, proprio perché lui ha dipinto fuori dai canoni delle accademie e del gusto prevalente. Allo stesso modo, chi ha seguito la sua rivoluzione artistica ha fatto esperienza dello stare ai margini del consenso estetico dell’epoca.

La rivoluzione artistica di Caravaggio è il realismo, ovvero il rifiuto dei modelli ideali per dipingere ciò che l’occhio vede. La sua modernità ha significato, alla lettera, attualità, cioè legame con la concretezza del presente. Una cosa analoga si potrebbe dire della rivoluzione scientifica di Copernico e Galilei, che è stata conoscere l’universo osservandolo col cannocchiale, così com’è, non attraverso la lettura di opere del passato, pur di pensatori autorevoli.

La tradizione artistica di Caravaggio è stata continuata dai pittori di Olanda. I canoni artistici allora prevalenti erano espressione di una società statica, legata alle raffigurazioni ispirate dalla mitologia classica, dalla religione cattolica oppure da una storia che doveva celebrare ed esaltare. Gli olandesi, invece, mercanti dinamici, borghesi pragmatici e di religione protestante, crearono le condizioni perché la pittura potesse raffigurare scene quotidiane, libere dai miti, dalla fede e dal passato.

Il dipinto a cui è affidata la pubblicità e quindi il successo della mostra bolognese è la Ragazza con il turbante, più noto però come Ragazza con l’orecchino di perla. È una piccola tela, di Johannes Vermeer (1632-1675), che mostra una giovane donna nell’atto di girarsi, lo sfondo è nero, non c’è altro. Realistica, da sembrare una foto, è la fissità di un attimo qualunque, senza nessun rimando. Come ritratto ha una posa non convenzionale, come formato ha una destinazione privata. Nulla della pittura narrativa e celebrativa del Seicento.

Vermeer era già stato in Emilia, a Modena, nel 2007. La mostra al Foro Boario lo aveva pure allora protagonista: Vermeer. La ragazza alla spinetta e i pittori di Delft. L’opera eponima, anche in quel caso, era la raffigurazione di una ragazza, nell’atto di girarsi anch’essa, mentre però sta suonando la spinetta. Da questo punto di vista, l’evento di Bologna non è poi così esclusivo. L’allestimento modenese è stato efficace nel mostrare il contesto che nel Seicento ha prodotto la grande pittura olandese. Gli artisti in mostra a Modena sono stati presentati come pittori della luce, facendo così brillare la loro tecnica, piuttosto che, meno realisticamente, la doratura dell’età.

Vermeer, Veduta di Delft (mauritshuis.nl)

La luce che inonda le vedute degli olandesi o fende e anima la penombra dei loro accurati interni domestici, è un elemento del realismo di quei dipinti. Una luce analoga tornerà nelle tele degli impressionisti, due secoli dopo. Anche in questo Vermeer e gli altri sono stati moderni, questa volta inteso come anticipatori, cioè in sintonia con un gusto futuro, una futura attualità. Il realismo, del resto, raffigurazione di ciò che l’occhio vede, è un atto senza tempo. Dunque, il Seicento della pittura olandese è raffinato, è moderno, è la Golden Age perché in esso brilla la realtà.

Bologna, Palazzo Fava (a3map.eu)La mostra nelle sale di Palazzo Fava a Bologna, in tempo di crisi economica è di certo un’occasione per la città e la regione di attirare più visitatori del solito. Per questo è cosa buona. Pone, però, la questione se è meglio investire risorse per gli artisti di oggi o per mostrare gli artisti del passato, per produrre o riprodurre arte e cultura.1 Jan Vermeer e gli altri grandi olandesi del Seicento insegnano che la loro pittura è il frutto prezioso di un contesto economico e culturale che l’ha resa possibile. Arte e cultura non prescindono da ciò che hanno intorno. Nuovo e moderno sono nient’altro che la lezione della realtà.

 

1 E. Miele, Vermeer, la Ragazza che divide. Merola: “Fare unica cabina di regia”, in «la Repubblica.it», 2 febbraio 2014; S. Pitrelli, Vermeer a Bologna, Philippe Daverio: “La ragazza con l’orecchino di perla come la Barbie, altro che Gioconda”, in «huffingtonpost.it», 30 gennaio 2014

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