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«… guarda ‘sta gente, ‘sta fauna. Questa è la mia vita: non è niente.»

La grande bellezza (mymovies.it)Ha ragione Carlo Verdone, il film di Paolo Sorrentino non è su Roma. Racconta l’umanità, non la città. Al massimo rappresenta l’Italia, tutta l’Italia. Per questo avrebbero potuto ambientarlo ovunque, anche a Milano. Ma La grande bellezza mostra il barocco di oggi e Milano col barocco — di ieri — non c’entra. Roma è lo scenario perfetto, magnifico e tragico. Scenario, però, nient’altro.

Barocco, inteso come forma vistosa, eccessiva, anche di cattivo gusto. Barocco come contrasto, tra viluppi estetici e contenuti radi. Roma, appunto. La Roma delle fontane, delle piazze, delle chiese, mirabilmente confuse e pesanti e allegoriche. Eppure grandiose, quindi efficaci a coprire, a simulare. Oggi scenario notturno di femmine tacco sedici, maschi da palestra, auto lussuose. Un apparente, solo apparente contrasto tra il barocco di ieri e quello di oggi. Come se il tempo, da solo, potesse colmare i vuoti di contenuto. Lo stesso fine, ieri e oggi: abbagliare, perché non si veda oltre.

Karol Wojtyla eletto papa da pochi giorni chiese in Vaticano dove fosse la Chiesa a Roma. Un paradosso? No, affatto. Lui stesso si mise a cercarla e la trovò a Sant’Egidio. E volle attiva, a due passi da San Pietro, la piccola chiesa di San Lorenzo in piscibus, luogo per i giovani, di incontro e di preghiera. Spoglia, quindi pronta ad accogliere e a indicare. Luogo di spiritualità, non di teatro.

«… la povertà non si racconta, si vive.»

Spunta un cardinale a un certo punto nel film, quando nel racconto cresce l’allegoria. Un cardinale papabile, conosciuto a una festa di carnevale, sempre impegnato a dare ricette gastronomiche e che di fronte al «punto di vista spirituale» va a puzzole nel bosco.

La grande bellezza di Paolo Sorrentino ha vinto l’Oscar come miglior film straniero. Un film italiano torna dopo quindici anni a meritare quel premio prestigioso. L’ultimo era stato La vita è bella di Benigni, tutta un’altra storia, politicamente corretta. Sorrentino, invece, richiama gli Oscar del neorealismo. Allora, però, vinceva la rappresentazione di un’Italia vivace, pronta a rinascere dopo la guerra. Oggi La grande bellezza vince mostrando dell’Italia la decadenza spaventosa.1

Suor Maria, la santa (worldscinema.org)Realismo, capacità di raccontare la realtà. Anche trasfigurandola, a tratti, come fa Sorrentino. Perché reale deve essere il contenuto non tanto la forma. In tal senso, lo stile narrativo accomuna La grande bellezza a Il divo. Due pugni nello stomaco. I dieci minuti di festa pacchiana con cui si apre il film sono efficaci, provocano fastidio fisico. Come lo è la rappresentazione di certa arte contemporanea: un egocentrismo malato, vuoto e fatiscente. La testata al muro, la bambina isterica che imbratta di colore, la mostra muta di foto quotidiane dello pseudo-artista.

Paolo Sorrentino mette il pubblico di fronte a uno specchio, che riflette se stessi, i lati più nascosti della propria umanità. Realismo. Non ci sono alibi, nessuna indulgenza alla pietà o all’opportunità. Non ci sono le solite accuse alle istituzioni, alla politica, alla mafia, ormai diventate un genere giornalistico, letterario, cinematografico. C’è l’umanità, nuda. L’umanità che semmai produce certe istituzioni, certa politica, certa criminalità. La colpa non è degli altri, non è di tutti.

«Cercavo la grande bellezza, ma non l’ho trovata.»

Roma, Fontana dell'Acqua Paola, particolare (zingarate.com)

La vicenda è tragica, non c’è via di uscita se non la morte. La morte fisica che libera infine dal nulla spirituale di vite fiacche e vuote. La grande bellezza è irraggiungibile, perché non è arte, non è teatro, non è festa, non è parole. Non basta il tono di Jep Gambardella, che fu del Totò di Signori di nasce. E non basta l’eco austera e lontana dell’Eduardo di Napoli milionaria. La grande bellezza è vita, vita senza finzioni, la vita pulsante nel volto orrendo, caravaggesco della monaca santa: la grande bellezza, appunto, l’opposto del barocco. Il film ha toni forti e netti, è moralista. L’Oscar ne è il sigillo. Spacciarlo come manifesto del recupero della cultura o dei beni culturali italiani vuol dire averne visto un altro.

Roma, Fontana dell'Acqua Paola, particolare (zingarate.com)

«Finisce sempre così, con la morte.
Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla, bla, bla, bla, bla…
È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore: il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura.
Gli sparuti, incostanti, sprazzi di bellezza.
E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile.
Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo, bla, bla, bla, bla…
Altrove c’è l’altrove.
Io non mi occupo dell’altrove.
Dunque, che questo romanzo abbia inizio, in fondo è solo un trucco.
Si, è solo un trucco.»

 

1 I tredici Oscar vinti dall’Italia come Premio speciale (i primi due) e nella categoria Miglior film straniero: Sciuscià (di Vittorio De Sica, 1948), Ladri di biciclette (di Vittorio De Sica, 1950), La strada (di Federico Fellini, 1957), Le notti di Cabiria (di Federico Fellini, 1958), (di Federico Fellini, 1964), Ieri, oggi, domani (di Vittorio De Sica, 1965), Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (di Elio Petri, 1971), Il giardino dei Finzi-Contini (di Vittorio De Sica, 1972), Amarcord (di Federico Fellini, 1975), Nuovo cinema Paradiso (di Giuseppe Tornatore, 1990), Mediterraneo (di Gabriele Salvatores, 1992), La vita è bella (di Roberto Benigni, 1999), La grande bellezza (di Paolo Sorrentino, 2014).

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3 commenti

  1. Francesco Germano

    «Oggi La grande bellezza vince mostrando dell’Italia la decadenza spaventosa». Per me è la sintesi definitiva del film, che è poi sintesi di tante cose, di ciò che vediamo e viviamo.
    Penso al decadentismo più che al barocco perché do credito al passato, credo che la bellezza avesse in origine fondamenta solide, contenuti altrettanto elevati.
    Il film potrebbe essere ambientato anche nell’Italia di inizio novecento, assumendo valore premonitorio su ciò che può seguire ai tempi di decadenza.
    Decadenza spaventosa! È quello che ho pensato alla fine. La paura del vuoto, del nulla, di ciò che è profondamente opposto al voler essere, componente essenziale dell’esistenza.
    Qui è, mi pare, la funzione civile del film: mettere in guardia dal pericolo del vuoto e del nulla; mettere in discussione la vacuità di tanta parte del comune modo di vivere questo tempo. Non per niente è piaciuto prima all’estero, mentre da noi ha anche i suoi migliori denigratori.

    • La disputa sul barocco è sempre aperta, ma a Roma esso fu strumento di regno. Nel Seicento il lampo di luce, in tutti i sensi, è Caravaggio. Lui mostrava il reale, il barocco lo copriva. Sempre di luce si tratta, volendo, ma di luce che acceca.
      Il decadentismo è piuttosto una stagione dello spirito, ma anch’esso indice di tempi nuovi.
      Sono d’accordo sulla funzione civile del film, a prescindere dalle intenzioni di Sorrentino. È l’arte, barocco incluso. La domanda è sempre: funzione di quale civiltà?
      In Italia il film è frainteso o denigrato per negare il nostro vero declino: «la vacuità di tanta parte del comune modo di vivere». In Italia funziona il politicamente corretto: la colpa è sempre di altri.
      La grande bellezza richiama anche Il gattopardo. Quando la principessa Colonna di Reggio attraversa le sale della sua infanzia, ho rivisto la carcassa di Bendicò tornare per un attimo rampante, nell’ultimo tragitto, dalla finestra alla spazzatura.

  2. Penso che in quel film ci siamo tutti, ripresi alle spalle, di nascosto, più per via di surrealismo che di realismo.

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