Il sangue come espressione. Una parte di sé, la parte che più di altre è sinonimo e veicolo di vita, diventa segno. Accade dalle origini dell’umanità. Il sangue come linguaggio. Considerato primitivo, sia nel senso di originario, sia nei sensi di rozzo e disumano. Che lo sia fin dalle origini è un fatto, che per questo possa o debba essere rozzo e disumano è un’opinione. Il sangue come elemento culturale. Una comunicazione muta, eppure efficacissima, per dire i fondamenti di un pensiero, di una fede, di una vita.

I battenti di Verbicaro (foto Angelo Rinaldi)Il sangue come sacrificio, come fondamento austero e propiziatorio, costitutivo dell’essenziale. I sacrifici umani degli aztechi e dei maya, nell’America centrale precolombiana; delle popolazioni preislamiche nel Medio Oriente; delle genti italiche. Il sacrificio come penitenza, nelle confraternite dei flagellanti dell’Italia medievale. Di fronte alla realtà descritta come intrisa di peccato, nessun altra via mediana per la salvezza, se non il sentiero estremo del sangue.

Nella Calabria nord-occidentale, a Verbicaro, sopravvive una forma di sacrificio rituale, il cui protagonista è il sangue di chi il sacrificio compie su se stesso. Di notte, tra il giovedì e il venerdì santo, nei giorni che per la Chiesa cattolica sono il triduo di preparazione alla Pasqua, uomini si percuotono le gambe a sangue, mentre con passo rapido seguono il percorso che sarà della processione dei misteri della Passione di Cristo. I battenti, quelli che si battono. Tradizione, prova di coraggio, rito iniziatico, incoscienza, emulazione.

Non sono una confraternita, né una più moderna associazione. La Chiesa li osserva con più o meno tolleranza, a seconda delle stagioni culturali. Essi non esprimono la religiosità odierna e quindi sono ai margini della sensibilità comune. Sono primitivi, per alcuni nel senso di superstiti della storia, per altri nel senso di rozzi o disumani. La loro origine non è nota, il come e il perché siano arrivati a Verbicaro restano ancora nell’ambito delle ipotesi storiografiche.

Sono segno, tuttavia, ancora oggi. Significante il cui aspetto storico e le cui origini li descrivono solo in parte. Attuano una pratica superstite del tempo, ma loro si battono nel presente, qui e ora, senza essere affatto rievocazione. Così la comunicazione muta ma efficace continua e il contenuto è dato dal contesto culturale, che cambia di epoca in epoca. Il sangue come segno immutabile, il cui significato è riflesso del presente.

Bisogna seguirli lungo il percorso, tenere lo stesso passo rapido. Con loro ci sono amici che gli spruzzano vino con la bocca per disinfettare le ferite. Il buio della notte contribuisce a rendere l’atmosfera irreale. Il sangue che gronda, il calpestio dei piedi nudi sulla strada. Visioni e suoni stralunanti. Ma ciò che fuga ogni fissità e suggestione è l’odore del sangue, acre e persistente, fino al mattino dopo. L’olfatto afferma la realtà, il qui e ora libero da ogni sorta di mediazione. Il senso dell’olfatto, a cui nessun mass media ancora può rivolgersi, indica il senso più attuale dei battenti di Verbicaro.

In un tempo in cui l’espressione, la comunicazione, la relazione si attuano per la mediazione di mezzi sempre più sofisticati, i battenti continuano a usare il linguaggio del corpo e addirittura il sangue come linguaggio. Nessuna tecnologia, se non la più primitiva: un pezzo di sughero con frammenti di vetro per squarciarsi le gambe. Nessuna finzione. Fatto, qui e ora, attualità. Arduo liquidarli come rigurgito del passato.

Il sangue come espressione, sacrificio, fondamento dell’essenziale è considerato primitivo nelle accezioni più negative. Ma proprio in quanto rozzo e disumano esso pone in modo radicale la questione di quali siano le forme e la sostanza della sensibilità, della religiosità, della cultura contemporanea. Che una tale sollecitazione possa venire e venga da un anacronismo interroga, infine, su cosa sia oggi umano e cosa sia per gli uomini la loro umanità.

 


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