Il sole mattutino lambisce la facciata della Madonna di Galliera. Le decorazioni di arenaria, le lesene, le sagome delle statue, sebbene consumate dal tempo, ne risultano accentuate. I rilievi si muovono, di un moto che sembra non essere solo architettonico. Le ombre sono come anime, immateriali ma vitali. Un punto di vista, eppure tante visioni, immagini uguali e diverse, il cui maestro è la luce.

Alcuni anni fa ho conosciuto una giovane artista spagnola che dipingeva cavalli. Eleganti, bradi, focosi, criniti. Solo l’animale, su un fondo bianco, da cui sembrava saltar fuori. Mi sono chiesto perché la scelta di quel soggetto ripetuto e ho immaginato risposte: amerà i cavalli, il realismo, la natura. Avendone la possibilità le ho fatto la domanda. E lei: «Vanno molto, hanno un buon mercato».

Vermeer, Ragazza con l'orecchino di perla (sagoma)Mentre sono in fila lungo il porticato di Palazzo Fava, mi chiedo se possa esserci un rapporto tra l’arte e le quantità e quindi come si possa legare il successo di una mostra al numero di visitatori. Risposta: può esserci quel rapporto e tanti visitatori sono il successo solo se si considera la mostra una grande operazione economica. Pure apprezzabile, ma da quel punto di vista. Culturale anche, ma come espressione della prassi commerciale, ovvero di una certa cultura. In un tale contesto l’arte c’entra come mezzo di profitto e non di conoscenza. È l’esca per attirare i visitatori, che sono in definitiva clienti,1 cioè veicoli del denaro, il vero protagonista. A questo punto, però, si pone un’altra domanda, fondamentale: educa la prassi commerciale sottesa oppure l’esca evidente? Dopo un’ora e cinque minuti di attesa all’esterno e venti all’interno, salgo lo scalone che mi porta al primo piano, nelle sale dove sono in mostra opere dei più grandi pittori olandesi del XVII secolo.

Nei dipinti ospiti a Bologna c’è il Seicento naturalistico e luminoso, realistico e lieve. La levità del quotidiano, privo di allegorie e di messe in scena. Sebbene soffocati da un allestimento di scuola, le opere raccontano un tempo, una società, gusti e persone, la natura. Ci sono i cieli di van Goyen e dei van Ruysdael, i cavalli eleganti di Both e goffi di Berckheyde, le mucche e i maiali di Potter. I ritratti eloquenti di Rembrandt, il cortile domestico col pavimento irregolare di Pieter de Hooch, i riflessi nella natura morta di Claesz Heda. Un tripudio di dettagli, affatto pedanti, anzi lievi e fortemente evocativi. Nessun modello, ma la realtà, gli uomini e le donne, la loro umanità. Rappresentazione che è lezione: la lezione del contesto, la lezione della realtà. Non il quanto, ma il cosa e il come.

Nell’ultima sala c’è il dipinto di Vermeer, La ragazza con l’orecchino di perla. La sua espressione, per quanto affascinante, si imprime meno di altro nella mente del visitatore, anche perché all’originale si sono anteposte e presto si sovrappongono le mille riproduzioni di cui è piena zeppa Bologna. Una mostra di opere che esaltano il realismo oscurata da copie infinite.

Di fronte alla ragazza, lungo la parete opposta della sala, un grande pannello dovrebbe dare informazioni sul dipinto e sull’autore. Risulta, però, molto difficile leggerlo, per l’illuminazione fioca dell’ambiente e per lo scarso contrasto tra il colore del fondo e quello dei caratteri del testo. Ho sentito visitatori lamentarsi con un custode il quale ha spiegato che illuminare il pannello avrebbe rovinato la visione della ragazza, impedendo di apprezzarne i riflessi. Sarà pure così, ma un carattere nero su fondo chiaro sarebbe stato di certo più leggibile, senza ulteriori luci nella sala. È anche vero che informazioni analoghe sono nelle audioguide e che il testo in questione è disponibile online, ma allora perché mettere il pannello nella sala? Inutile messa in scena?

Già deluso dall’allestimento, la questione del pannello mi ha fatto tornare indietro, nelle sale precedenti, per ammirare ancora i maestri olandesi e lasciarmi stupire e divertire dalla loro pittura. La vita, che Rembrandt ha rappresentato nel Canto di lode di Simeone, pur essendo una rievocazione. Il vegliardo canuto del Nunc dimittis è animato da una luce abbondante, come la facciata mattutina della Madonna di Galliera. La luce ambrata dei paesaggi di van Goyen, Potter e Both. Il realismo delle nature morte, degli eredi più illustri di Caravaggio. La Veduta di Jacob van Ruysdael, col cielo soggetto e le chiazze di luce — ancora e sempre lei la protagonista — sulla striscia di campi. Valori estetici che esprimono una certa idea di umanità e quindi valori e lezioni più universali.

Jacob van Ruisdael, Veduta di Haarlem, 1670-75 (mauritshuis.nl)

Uscendo non compro il catalogo, per non portarmelo dietro. Penso di tornare il giorno dopo, solo per l’acquisto. E così faccio, ma non mi fanno entrare: «No, non posso farla rientrare, oggi è sabato e c’è la coda». C’era anche ieri ed è il vanto dell’organizzazione, perché per me deve essere un ostacolo? Insisto, mostrando il biglietto del giorno prima, per documentare che non voglio fare il furbo e saltare la fila, la mostra l’ho già vista. Voglio solo andare nel bookshop e comprare il catalogo. Niente da fare, sono respinto e costretto a rinunciare. Potrei fare l’acquisto in una libreria oppure online, ma il costo è quasi doppio: a tutto c’è un limite.

Della mostra degli olandesi a Bologna avevo apprezzato da subito il programma degli eventi collaterali. La città ai tempi di Vermeer, attraverso visite guidate, musica, teatro, laboratori per bambini. A visita fatta, queste iniziative, la gran parte a pagamento, mi confermano la natura economica dell’intera operazione e quindi danno una qualche spiegazione alla povertà dell’allestimento: tutto ciò che va oltre i dipinti olandesi, se lo vuoi lo paghi. Vermeer e compagni sono un’esca, piuttosto che un’occasione di conoscenza.

Pieter de Hooch, Uomo che fuma e donna che beve in un cortile, 1658-1660, particolare (nazioneindiana.com)

Il giorno dopo la mia visita alla mostra è in programma una «visita speciale» a Palazzo Pepoli, sede del Museo della Storia di Bologna. Ci vado, ma scopro che la prenotazione «consigliata» o «gradita» è in realtà necessaria, che non è proprio un sinonimo degli altri due termini. Praticamente, entrano solo ventotto persone, ci sono ventitre prenotati quindi resterebbero cinque posti liberi. Ma non è chiaro se li danno ai non prenotati ed eventualmente con quale criterio. Dovrebbero andare a chi prima arriva, fino a esaurimento, ma sembra non sia così. Ovviamente, gli aspiranti visitatori non prenotati siamo più di cinque. Insomma, aspetto un quarto d’ora oltre l’orario di inzio della visita, che slitta per il disguido, mentre le custodi si affannano a spiegare di non poter far entrare oltre il numero fissato dal museo, poi vado via. Nel contesto di una grande operazione commerciale, i visitatori occasionali che vogliono approfondire e conoscere sono un disguido.

Rembrandt van Rijn, Canto di lode di Simeone, 1631, particolare (mauritshuis.nl)

Tutto questo c’entra davvero poco con Vermeer e la pittura olandese del Seicento, è chiaro, a conferma che lo scopo ultimo dell’evento bolognese non è affatto l’arte. In tempo di grande crisi economica è del tutto legittimo e apprezzabile che una città promuova iniziative per incrementare la quantità di turisti. È deludente e deprecabile che lo faccia a scapito della sensibilità e della conoscenza, valori dell’arte. Le file di visitatori lungo Via Manzoni fino a Via Galliera possono anche indicare il successo della mostra, ma di certo dicono l’insufficienza degli ambienti in cui essa ha luogo: i punti di vista sono diversi e non è detto che quelli ufficiali siano i più autentici. La povertà dell’allestimento, il pannello di difficile lettura, il divieto di accesso al bookshop se non uscendo dalla mostra, far pagare tutto ma non essere in grado di soddisfare le richieste, uniti alla pubblicità martellante e svilente mostrano una Bologna commerciale piuttosto che dotta e soprattutto inefficiente. Che la città si sia impegnata al di sopra delle proprie possibilità? Spero tanto di no, anche se questioni analoghe si sono poste in contesti diversi, ad esempio per le fiere migrate altrove.

La facciata della Madonna di Galliera e, subito di fronte, la mostra degli olandesi nelle sale di Palazzo Fava presentano ombre reali che animano e ombre ideali che opprimono. Si tratta di scegliere, di volta in volta quando si espone e ci si espone, cosa si vuol far vedere.

 

1 Sui visitatori-clienti vedi anche I crolli di Pompei e la cultura italiana, 14 gennaio 2012

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