1. Pil, debito e manovre fiscali
2. Famiglie e povertà
3. Occupazione e disoccupazione
4. Ricerca, sviluppo, produzione
5. La deriva del Mezzogiorno

 

L’Istat ha presentato il Rapporto annuale 2014, un quadro della realtà italiana aggiornato al 2013. Dopo le chiacchiere delle campagne elettorali europea e amministrativa, finalmente dati certi per osservare e capire l’orizzonte comune.

Tanti gli indicatori utilizzati: il prodotto interno lordo, la spesa delle famiglie, l’occupazione, le condizioni del Mezzogiorno. Ma soprattutto, «gli assi principali intorno ai quali sono state condotte le analisi [del Rapporto Istat] sono la capacità competitiva, gli squilibri sociali e gli squilibri territoriali» dell’Italia. Tutto nella cornice della situazione globale.

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1. Pil, debito e manovre fiscali

«Nel 2013 la crescita economica internazionale è rimasta debole e inferiore ai ritmi pre-crisi. Il rallentamento ha riguardato sia le economie avanzate (per le quali la crescita si è attestata all’1,3% dall’1,4% del 2012), sia quelle emergenti e in via di sviluppo (4,7% nel 2013 rispetto al 5% del 2012).»

«Nel 2013, il Pil in volume italiano si è contratto nuovamente (-1,9%), riportando il livello dell’attività economica leggermente al di sotto di quello del 2000; nel quarto trimestre si è registrato un timido segnale di ripresa economica dopo nove trimestri consecutivi di contrazione dell’attività (+0,1% su base congiunturale). Tuttavia, la stima flash relativa al primo trimestre del 2014 ha evidenziato una nuova flessione (-0,1%).»

«Nel 2014 si prevede un aumento del prodotto interno lordo (Pil) italiano pari allo 0,6% in termini reali. Per il biennio successivo, la crescita dell’economia italiana si attesterebbe all’1% nel 2015 e all’1,4% nel 2016. Queste previsioni sono tuttavia soggette a rischi e incertezza derivanti dall’andamento della domanda globale, dalle condizioni di accesso al credito e dagli effetti delle politiche economiche.»

In altre parole, salvo rischi e incertezze che potrebbero peggiorare le cose, la difficile situazione italiana, per quanto riguarda la produzione e la crescita, non cambierà in modo significativo fino a tutto il 2015.

«In Italia il rapporto debito/Pil è salito al 132,6% nel 2013, con un aumento di oltre 29 punti dal 2007, circa 12,5 punti oltre il massimo del 1996.»

«Durante la crisi l’aumento del rapporto debito/Pil in Italia è stato determinato principalmente dalla spesa per interessi e dalla bassa crescita economica, controbilanciando gli effetti delle manovre fiscali.»

«La spesa per interessi ha rappresentato la principale causa della crescita del rapporto debito/Pil in tutta l’area, in particolare in Grecia (28,1 punti percentuali) e in Italia (24,9 punti).»

«La dimensione delle manovre fiscali attuate complessivamente in Italia dal 2010 è stata notevole (pari a -15 miliardi per il 2011, a -75 miliardi per il 2012 e a -92 miliardi per il 2013), ma gli effetti sul miglioramento dei conti pubblici sono stati in gran parte limitati dal cattivo andamento dell’economia, che ha raffreddato in particolare la dinamica delle entrate.»

Il totale delle manovre fiscali in tre anni è di 182 miliardi di euro, una cifra enorme. In media, oltre tremila euro per cittadino italiano. Una famiglia di tre persone ha pagato mediamente allo Stato in tre anni circa 10 mila euro.

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2. Famiglie e povertà

«La spesa per consumi delle famiglie è calata per il terzo anno consecutivo (-2,6%), seppure con un’intensità minore rispetto a quella del 2012 (-4%). Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici in termini reali (cioè il potere di acquisto delle famiglie) ha registrato in media d’anno un calo dell’1,1% (rispetto al -4,6% del 2012).»

«Nel 2013 è tornata ad aumentare la propensione al risparmio (ovvero il risparmio lordo sul reddito disponibile), risalita al 9,8% dopo il minimo storico dell’8,4% toccato nel 2012. Per la prima volta dall’inizio della crisi, nel 2013 la riduzione dei consumi è stata maggiore di quella del reddito. Dopo qualche anno di contrazione dei redditi reali e probabilmente in seguito al diffondersi della percezione che la crisi non era conclusa, sembra che le famiglie abbiano smesso di finanziare la spesa contraendo il risparmio.»

«L’indicatore di povertà assoluta, stabile fino al 2011, sale di ben 2,3 punti percentuali nel 2012, attestandosi all’8% della popolazione. La grave deprivazione, dopo l’aumento registrato fra il 2010 e il 2012 (dal 6,9% al 14,5% della popolazione) registra un lieve miglioramento nel 2013, scendendo al 12,5%.»

«Il rischio di persistenza in povertà, ovvero la condizione di povertà nell’anno corrente e in almeno due degli anni precedenti, è nel 2012 tra i più alti d’Europa (13,1 contro 9,7%). Si tratta di una condizione strutturale: le famiglie maggiormente esposte continuano a essere quelle residenti nel Mezzogiorno, quelle che vivono in affitto, con figli minori, con disoccupati o in cui il principale percettore di reddito ha un basso livello professionale e di istruzione.»

«I trattamenti pensionistici concorrono, più che in passato, a determinare le condizioni economiche delle famiglie. Tra il 2007 e il 2011, aumenta anche il contributo al reddito familiare di ogni singolo pensionato, pari in media al 43% (due punti percentuali in più).»

«L’Italia è uno dei paesi europei con la maggiore disuguaglianza nella distribuzione dei redditi primari, guadagnati dalle famiglie sul mercato impiegando il lavoro e investendo i risparmi. Le minori opportunità di occupazione e lo svantaggio retributivo delle donne e dei giovani sono fra le cause più importanti di questa disuguaglianza.»

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3. Occupazione e disoccupazione

Le parti del Rapporto Istat relative all’occupazione e alla disoccupazione sono un bollettino di guerra, per l’entità e la gravità dei fenomeni che analizzano. La mancanza di lavoro è l’indicatore più chiaro della crisi di questi anni e della natura strutturale della crisi stessa.

«Nell’Unione europea dal 2008 al 2013 il numero degli occupati si è ridotto di circa 5,9 milioni (-2,6%). Il tasso di occupazione 15-64 anni è diminuito di 1,6 punti percentuali, attestandosi al 64,1%. Nello stesso periodo, in Italia l’occupazione è diminuita di 984 mila unità (-973 mila uomini e -11 mila donne), con una flessione del 4,2% e un calo più forte nell’ultimo anno (-478 mila occupati). Il tasso di occupazione scende al 55,6% (dal 58,7% del 2008). Nel Mezzogiorno il calo è più forte (-583 mila unità, -9%), con il tasso di occupazione pari al 42%, a fronte del 64,2% del Nord e del 59,9% del Centro.»

«Nel 2013 l’occupazione è diminuita di 478 mila unità (-2,1% rispetto al 2012), è il calo più elevato dall’inizio della crisi. Contemporaneamente, il tasso di disoccupazione ha continuato a crescere, dal 10,7% del 2012 al 12,2%

«Nell’industria in senso stretto, l’occupazione si è contratta in misura marcata (89 mila occupati in meno, -1,7%). … Le costruzioni hanno registrato il calo maggiore: l’occupazione si è ridotta di 162 mila individui (-9,3%, -9% in termini di input di lavoro). … Nei servizi, la riduzione degli occupati è stata pari a 191 mila unità (-1,2%).»

«In marzo, si sono osservati i primi segnali di ripresa dell’occupazione (+0,3%), circa 73 mila occupati in più rispetto a febbraio (dati destagionalizzati). Il tasso di disoccupazione si è stabilizzato nei primi tre mesi dell’anno attorno a quota 12,7% (ultimo dato destagionalizzato relativo a marzo). Le prospettive occupazionali sono in miglioramento per la manifattura, e in linea con la media di lungo periodo, mentre permangono sotto questa soglia nelle costruzioni e, in misura più significativa, nel settore dei servizi.»

«Tra le professioni, le più colpite sono quelle operaie, con una contrazione nel 2008-2013 del 15,1% (-958 mila unità). Tra le professioni qualificate, diminuiscono dirigenti, piccoli o grandi imprenditori (-442 mila unità nel complesso, pari a -42%) e tecnici (-423 mila persone, -9,6%).»

«Aumentano invece gli occupati in professioni non qualificate (+350 mila unità , tra cui 319 mila stranieri) insieme a quanti svolgono professioni esecutive nelle attività commerciali e dei servizi (+467 mila unità). In quest’ultimo aggregato la crescita riguarda esclusivamente le donne (+287 mila italiane e +199 mila straniere).»

«Il numero di disoccupati in Italia è raddoppiato dall’inizio della crisi, nel 2013 arriva a 3 milioni 113 mila unità. In quasi sette casi su 10 l’incremento è dovuto a quanti hanno perso il lavoro, con l’incidenza di ex-occupati che arriva al 53,5% (dal 43,7% del 2008).»

«Per ogni disoccupato, c’è almeno un’altra persona che vorrebbe lavorare. Nel 2013 il totale delle forze lavoro potenziali, ovvero gli inattivi più vicini al mercato del lavoro, arriva a 3 milioni 205 mila, con un incremento di 417 mila unità. Complessivamente, nel 2013 sono 6,3 milioni gli individui potenzialmente impiegabili. Aumentano anche gli scoraggiati, che tra le forze di lavoro potenziali sono 1 milione 427 mila individui.»

Quale crescita dovrebbe esserci in Italia nel futuro prossimo per dare lavoro a 6,3 milioni di individui potenzialmente impiegabili? I dati dicono che una tale crescita non ci sarà nei prossimi anni. Vuol dire che la crisi non ha solo reso difficile un certo periodo di tempo, ma che ha cambiato la società italiana sensibilmente e permanentemente.

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4. Ricerca, sviluppo, produzione

«L’Italia investe in Ricerca e Sviluppo (R&S) una quota di Pil distante dall’obiettivo definito da Europa 2020 (1,25% a fronte dell’1,53%). Il ritardo è vistoso anche nella spesa delle imprese (0,7% del Pil contro 1,3% della media Ue27). Quasi un quarto di questa spesa si deve a multinazionali estere.»

«L’Italia presenta una delle più basse incidenze di laureati: il 16,3% delle persone di 25-64 anni contro il 28,4% dell’Ue28. Pur registrando una minore riduzione del tasso di occupazione (-2,8 punti in confronto ai 5,3 dei diplomati e ai 3,8 di chi ha al massimo la licenza media), i più istruiti stentano a collocarsi nel mercato del lavoro in una posizione adeguata alle proprie competenze.»

Un Paese che investe poco in Ricerca e Sviluppo, in cui i laureati sono pochi e di quei pochi tanti sono disoccupati o devono accettare lavori al di sotto dei loro talenti e delle loro competenze non può e non deve attendersi un futuro migliore, perché non fa nulla per costruirlo e meritarlo.

«Nel 2013, la produzione industriale ha segnato una nuova flessione (-3,2%). Tuttavia, nel quarto trimestre si è registrata una variazione positiva su base congiunturale (+0,6) dopo 10 trimestri di contrazione.»

«Nei primi mesi del 2014 è proseguito rispetto all’ultimo trimestre 2013 l’aumento del fatturato, trainato principalmente dalla domanda estera (+0,9% nella media dei primi tre mesi dell’anno al netto della stagionalità), torna positivo anche il contributo fornito da quella interna (+0,3%). La debolezza della domanda interna in questo primo scorcio d’anno si rileva anche nei dati degli ordinativi: in calo quelli interni (-1,1% nella media dei primi tre mesi rispetto al quarto trimestre 2013), in crescita quelli esteri (+2,5%).»

«In anni di domanda interna stagnante, gli stimoli alla crescita dipendono dalla capacità delle imprese di competere sui mercati internazionali. Tra il 2008 e il 2013 si è ridotto il peso delle vendite dirette verso l’Unione europea (dal 59,7 al 53,7%) ed è aumentato quello dei paesi emergenti, in particolare dell’Asia orientale (dal 6 all’8,3%) e dell’America centro meridionale (dal 3,3 al 3,7%).»

«La domanda estera netta sosterrebbe la crescita nel triennio di previsione in misura più contenuta che nel recente passato (rispettivamente per due decimi di punto nel 2014 e per un decimo di punto percentuale nel 2015 e nel 2016).»

«La struttura produttiva italiana è ancora molto frammentata: nel 2012 sono attive circa 4,4 milioni di imprese che impiegano circa 16,7 milioni di addetti (una media di 3,8 addetti per impresa). Il peso preponderante delle imprese con meno di 10 addetti (95% delle unità produttive, circa 46% dell’occupazione) caratterizza l’Italia nel contesto europeo, insieme all’elevato grado di imprenditorialità (64 imprese ogni 1.000 abitanti).»

«Nel 2013 i livelli dell’attività produttiva sono rimasti inferiori a quelli del 2008, in particolare nelle costruzioni (-28% di valore aggiunto) e nella manifattura (-17,5%), meno nell’agricoltura e nei servizi (rispettivamente -6,4 e -3,9%).»

«Il settore del non profit svolge un ruolo crescente nell’ambito della Sanità e dell’Assistenza sociale, tuttavia alcune evidenze segnalano delle potenziali fragilità. In particolare, l’eterogeneità della distribuzione territoriale mette in luce una carenza nel Mezzogiorno mentre l’eterogeneità nella dimensione delle istituzioni, misurata in termini di numero di dipendenti, rivela una realtà parcellizzata con una elevata frequenza di piccole unità, soprattutto nel Mezzogiorno.»

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5. La deriva del Mezzogiorno

Grave una delle conclusioni del presidente facente funzioni Antonio Golini: «Altamente critica la situazione economica e sociale del Mezzogiorno, che si allontana sempre più dal resto del Paese e dall’Europa. L’approfondirsi del dualismo territoriale come ‘strutturale’, anche dal punto di vista demografico, avrà delle conseguenze serie sulle prospettive di sviluppo e sostenibilità del sistema Paese nel suo complesso. Le criticità richiamate, che si cumulano ai ritardi storici, stanno frenando il percorso dell’Italia verso il raggiungimento degli obiettivi concordati nell’ambito della Strategia Europa 2020. La ripartenza del Paese deve rappresentare anche un’occasione per affrontare nodi ancora irrisolti, il cui sedimentarsi, unitamente alla fase economica recessiva, ha contribuito a consolidare una condizione di difficoltà per una parte troppo ampia di popolazione. Occorre tornare a discutere di strategie e soluzioni per il Mezzogiorno, avendo chiari gli obiettivi, condividendoli con l’opinione pubblica e la società civile. Questo cambio di passo sarebbe il modo migliore per affrontare l’impegno europeo ormai prossimo.»

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Istat, Rapporto annuale 2014, Sintesi
Istat, Rapporto annuale 2014, In pillole

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