Ci sono volti e nomi che considero emblemi della vittoria tedesca al mondiale di calcio brasiliano. Mesut Özil, Jérôme Boateng, Sami Khedira. Non perché siano calciatori determinanti o, eventualmente, non solo e non tanto per questo. Khedira non ha neanche giocato la finale per problemi muscolari. Essi rappresentano la diversità nell’unità. Özil è di padre turco, Boateng di padre ganese, Khedira di padre tunisino. Insieme a Schweinsteiger, Thomas Müller, Hummels e gli altri sono la Germania campione, la Germania di oggi. Provenienze, storie, vite diverse, unite sotto la stessa bandiera, nel caso della coppa del mondo di calcio, dentro la stessa maglia.

Sami Khedira è nato a Stoccarda, nella Germania meridionale. È un tedesco delle nuove generazioni, un tunisino della Svevia, la regione storica europea che evoca un grande imperatore medievale. Sami Khedira mi porta a Federico II. Il medioevo delle diversità e dei conflitti, ma con due idee fortemente unificatrici: l’impero e la cristianità. Il medioevo travaglio doloroso da cui è nata l’Europa moderna e quindi la modernità, La Santa Romana Repubblica di cui ha scritto Giorgio Falco. Federico II aprì il Sacro Romano Impero al mondo, senza per questo smarrirne l’identità.

Oggi le idee unificatrici sono deboli. Lo è in politica la Comunità europea, lo è l’impegno internazionale per l’ambiente, lo è in Occidente la religione cristiana.

Il presente è il tempo della globalizzazione, che non è unità ma omologazione. La velocità dei mezzi di trasporto e di comunicazione ha ridotto il mondo a un villaggio. Ogni occasione lo mostra, figuriamoci un mondiale di calcio. Già da alcune edizioni si nota un sostanziale equilibrio tra le squadre in campo, che spesso è sinonimo di noia. Equilibrio è anche sintomo dell’assenza di volontà, di fantasia, di eccellenza. Le scuole nazionali sono state sostituite da metodi e moduli di gioco ormai uguali per tutti. Risultano di molto sbiadite le specificità e le identità. Lo dobbiamo a mode egemoni di cultura sportiva e a modelli facilmente inculcati dalle comunicazioni. Ma soprattutto alla presenza di un numero sempre più elevato di stranieri nei maggiori campionati locali di calcio, a danno dei vivai, ormai rari, e quindi della qualità generale. Le squadre nazionali sono sempre meno espressione di movimenti sportivi radicati nei rispettivi Paesi, fino al paradosso di Lionel Messi, albiceleste che ha giocato in Argentina solo da bambino. Eccezione è stata la Spagna campione del mondo nel 2010, lo è la Germania oggi.

Due su due negli ultimi mondiali. Entrambe le squadre hanno vinto con merito, mettendo in campo il gioco migliore. L’una e l’altra hanno una forte identità, che quindi si pone come condizione per meritare e conquistare la vittoria.

Germania campione (@DFB_Team)

Avere una identità non significa essere contro la globalizzazione, intesa come apertura al nuovo, alle comunicazioni, alle diversità, al mondo. Oggi identità è sinonimo di capacità di gestire il nuovo piuttosto che subirlo. Nello specifico, gli Özil, i Boateng, i Khedira dicono che integrazione non è confusione, non è rimescolamento caotico di principi e di culture, ma evoluzione, costruzione, regole, scelte. La Germania di oggi non è più quella teutonica, ma è ancora solida, concreta, affidabile, costante, vincente. Diversi i calciatori, da quelli del passato e tra loro stessi, per origini e storie, ma la bandiera è unica e i valori che rappresenta gli stessi di sempre: diversità nell’unità.

Il peso determinante dell’identità è stato di estrema evidenza nella storica semifinale col Brasile, irriconoscibile per aver smarrito tutti i caratteri peculiari della propria tradizione calcistica. Sempre meno titolari della squadra verdeoro giocano in Brasile, sempre meno esprimono il calcio del loro Paese. Risultato finale: Germania fedele a se stessa 7, Brasile snaturato 1.

L’Italia ha provato a mettere in campo una finta nazionale globalizzata o multietnica, pensando che per essere tale bastasse schierare un Mario Balotelli. Il ragazzo di colore è stato piuttosto usato, nel modo peggiore, per mostrare un’integrazione che in Italia è ancora da costruire. Col pessimo risultato sportivo di non superare neanche il primo turno. E con l’esito culturale di svelare un Paese provinciale, mediocre e meschino, con l’identità sempre più stinta e il futuro in balia delle mode.

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