Robin Williams (disney.wikia.com)Vivere ha un suo peso che ogni essere umano è impegnato a reggere. Sembra Leopardi, una parafrasi di Leopardi, ma non volevo. Mi ricorda un film del 1998, Patch Adams. Alcune parole dell’inizio: «Per tutti la vita è un ritorno a casa. Commessi viaggiatori, segretari, minatori, apicultori, mangiatori di spade, per tutti. Tutti i cuori irrequieti del mondo cercano tutti la strada di casa». Mi colpirono, le diceva il protagonista, interpretato da Robin Williams. Sono rimaste con me e le ho citate, anni dopo, in un mio racconto. Vivere ha un suo peso che spesso impedisce il ritorno a casa. Impedisce, a chi l’ha smarrita, di ritrovare la strada di casa. Tutti i cuori irrequieti del mondo, però, la cercano e sono pronti a tutto pur di trovarla. Vivere ha un peso che bisogna alleviare.

Un modo per farlo è tenersi in contatto con la dimensione del sogno. Che però non è iperbole, non deve essere illusione, ma progetto, lavoro di costruzione, proiezione verso un futuro possibile. Ci sono individui che nella dimensione del sogno sembra abbiano dimora e quindi siano intermediari perfetti tra quel mondo di pochi e il mondo di tutti. Robin Williams è stato questo. Gli è valso l’Oscar, nel 1998, come miglior attore non protagonista nel film Will Hunting – Genio ribelle. Mork, l’extraterrestre del telefilm di tanti anni fa, si rivela ora, alla fine, come il prologo perfetto di una storia già scritta, come l’emblema di un percorso segnato, di una strada al di là per non smarrire o per ritrovare la strada al di qua.

Potrebbe essere stata una favola, in cui vissero tutti felici e contenti. Ma sul confine della dimensione del sogno corre la morte. C’è in L’attimo fuggente, c’è in Patch Adams. La morte violenta di chi raccoglie la sfida e la perde. D’un tratto la proiezione verso un futuro possibile si interrompe, per sempre.

Susan Schneider, la moglie di Robin Williams, vuole che il marito sia ricordato per ciò che ha fatto, non per come è morto.1 Eppure, l’epilogo è parte della narrazione. Si può anche decidere di farne un capitolo a sé, per scandire, per una suddivisione logica, per comodità, ma la fine è pur sempre legata a tutto il resto.

Robin Williams è morto del mal di vivere. O, più prosaicamente, l’ha ucciso il peso della vita. Perché nasconderlo? Perché dimenticarlo?

Ripensavo a Dante, al XIII canto dell’Inferno, a Pier delle Vigne (35-39):

… «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi».

C’è una vivacità fonetica nelle parole dette a difesa dei suicidi. Sono versi scritti perché suonino sibilanti, quasi onomatopeici. Vivi e fieri, per le forme rutilanti dell’allitterazione. Scerpi, sterpi, serpi; spirto e state: un rullare di tamburo, il crepitio di petardi.

E ripenso a un versetto di Isaia (54, 8):

… ti ho nascosto
per un poco il mio volto;
ma con affetto perenne ho avuto pietà di te

L’intera filmografia di Robin Williams, tutta la sua arte è dedicata ad alleviare il peso della vita. L’urlo radiofonico, che risuona nel dramma più opprimente della storia americana contemporanea, ne è una sintesi perfetta. «Good morning, Vietnam!» Perché il come è morto dovrebbe offuscare ciò che ha fatto in vita? Se la vita ha un peso da cui si deve essere sollevati, può essere che a un certo punto quel peso finisca per schiacciare. Doloroso, ma ineccepibile.

Cedere al peso della vita non cancella averlo retto fino a quel punto. La dimensione del sogno, che è quella dello spirito, non ha tempo, non ha quantità, non ha limiti. Di chi raccoglie la sfida resta ogni attimo di pienezza e la sconfitta finisce per essere un dettaglio tragico, ma del tempo, della quantità, dei limiti. Mentre Robin Williams ha voluto lasciare questa vita e abitare esclusivamente la dimensione al di là, anch’io — immagino come tanti e mettendo da parte retorica e falsi pudori — voglio salire sul mio banco e salutarlo: Capitano, mio capitano!

 

1 Robin Williams si è impiccato, se ne va un clown senza pace, in «ANSA.it», 13 agosto 2014; Robin Williams, il triste clown dai mille volti, in «ANSA.it», 12 agosto 2014

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1 commento

  1. Prof. KEATING: “Thank you, boys. Thank you.”

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