copertina Lettere dalla LocrideLettere dalla Locride è il libro di Ilario Ammendolia edito da Sensibili alle foglie, chiuso in stampa nel maggio scorso. Un testo sulla Calabria con un titolo antico, distante dalle suggestioni frivole o dall’ironia banale di oggi. Solo nel sottotitolo, La Costituzione tradita, c’è un richiamo al presente, a un tema importante, che però la frivolezza e la banalità nazionali hanno conquistato e svilito.

Lettere dalla Locride è un’analisi accorata e garbata, ma lucida e ferma. Non lo definisco un libro di denuncia perché questo lo inserirebbe in una categoria dell’editoria italiana diventata commerciale, in un gioco delle parti che ha reso il dibattito nazionale, scritto e parlato, una forma della commedia dell’arte. L’intenzione dell’autore è di raccontare e stimolare non di spettacolarizzare per vendere. Si tratta di un «j’accuse» — con riferimento esplicito al Zola del caso Dreyfus — sulla inefficacia dell’attuale lotta alla ‘ndrangheta, affrontata come «questione criminale» del tutto staccata dalla «questione meridionale», che invece ne è la causa. Impegno sterile, dunque. Tanto evidente da far pensare alla malafede.

Scrive Ammendolia: «La storia di questi anni ci dimostra che la lotta alla ‘ndrangheta è stata fallimentare e può avere successo solo se diventa lotta di uno Stato in cui il popolo si riconosce». È il tema dello Stato che non c’è nell’Italia meridionale, del bisogno di Stato che genera le condizioni sociali e culturali in cui la criminalità prolifera. Tornano le parole di Giovanni Falcone, la cui eco si fa sempre più lontana: «Quella mafia che essenzialmente, a pensarci bene, non è altro che espressione di un bisogno di ordine e quindi di Stato».

Ancora Ammendolia: «Uno Stato che abbandona i propri figli, un giorno se li troverà contro». C’è tutta l’autorevolezza e il senso dello Stato di chi ha lottato una vita, di un uomo sindaco di Caulonia per due mandati e presidente dei sindaci della Locride. Denunciare l’assenza dello Stato equivale a chiederne con forza azioni per la crescita sociale della Locride, della Calabria, dell’Italia meridionale.

Le colpe della condizione di abbandono in cui versa la Calabria non sono solo dello Stato centrale, non sono solo a Roma. Scrive Ilario Ammendolia: «noi non siamo colonia solo perché altri ci hanno colonizzato. Lo siamo perché pensiamo e operiamo da colonia». È una consapevolezza che deve diffondersi perché la Locride e la Calabria tutta possano vivere un tempo di crescita e costruire un futuro migliore. Consapevolezza di essere in parte causa dei propri mali, che comprende anche l’idea di ‘ndrangheta e il punto di vista da cui la si osserva e la si combatte. Ammendolia è stato tra i pochi che per anni hanno combattuto la ‘ndrangheta «attestati sui valori della Costituzione. Una piccola avanguardia che la ‘ndrangheta non la individua solo nelle coppole, ma anche in chi ha operato in modo da trasformare la Regione in un inutile carrozzone con centinaia di funzionari apicali, super pagati, e detentore di un potere scisso dalla gente comune. Una struttura inutile che pesa sui calabresi come un macigno».

La ‘ndrangheta, come la mafia, è un fenomeno complesso, la cui natura criminale la descrive solo in parte. Essa è il prodotto di una società e di una cultura, di circostanze e fatti precisi, del «disastro morale seguito alla distruzione della società contadina». La fine, spesso dolorosa, della civiltà contadina è una delle questioni centrali poste da Lettere dalla Locride. Ancora oggi la Calabria vive inchiodata sul confine tra il passato rurale e il presente tecnologico. La naturale evoluzione è rara, spesso ci si trova di fronte a strappi culturali e sociali. Perché la fine della civiltà contadina non è stata governata, ma subita. Governarla avrebbe dovuto significare infrastrutture e crescita culturale e sociale. Tornano l’assenza dello Stato e le responsabilità delle istituzioni e della politica locali.

Uno Stato che lascia sviluppare la ‘ndrangheta, ignorando i valori e i precetti della Costituzione e la sovranità popolare, è piuttosto un regno feudale che si regge sull’equilibrio tra feudi moderni, ovvero interessi particolari e quindi poteri particolari, che sono la negazione dell’interesse nazionale, del bene comune. Questo è il punto. Il resto è panem et circenses, distrazione di massa. Regno feudale, nel mio linguaggio da medievista, equivale a Stato delle lobby, a Stato in mano alle lobby. Le lobby sono i gruppi di potere nazionali e internazionali, ma anche le cricche di regione, di provincia e di paese, a tutti i livelli ostacoli al bene comune.

Se finora «la lotta alla ‘ndrangheta è stata fallimentare», chi la fa, la guida e la sostiene dovrebbe cambiare il modo di farla. Invece lo Stato e una schiera folta di intellettuali continuano ostinati ad agire in continuità col già fatto. La lotta alla ‘ndrangheta è ancora lotta che si limita all’ambito militare e giudiziario. Il clima intorno è opprimente: chi giudica negativamente tale operato è amico degli ‘ndranghetisti. Scrive Ammendolia: «Quando “infuria la battaglia” non è ammessa alcuna critica ai “generali” altrimenti ti accusano di “intelligenza col nemico” e come tale è pronta la corte marziale».

Gli intellettuali e gli uomini dello Stato professionisti dell’antimafia sono un altro tema centrale di Lettere dalla Locride. Il «j’accuse» di Ilario Ammendolia, garbato e rispettoso, si rivolge anche a personaggi come Roberto Saviano e Umberto Eco, immagini di un pensiero unico che criminalizza i calabresi e accetta che la lotta alle mafie sia solo lotta alla criminalità. Si rivolge anche a uomini dello Stato come Nicola Gratteri, che di quel pensiero unico sono teorici e primi attuatori. E ne sono anch’essi immagine, attraverso i libri che scrivono sul tema, il successo che ne traggono e le aspirazioni, spesso soddisfatte, a essere ministri o parlamentari della Repubblica.

La ‘ndrangheta, come la mafia, è una questione sociale e culturale prima che criminale. In tal senso il ruolo degli intellettuali è fondamentale. Se gli intellettuali di successo diventano megafoni del pensiero unico, se invece di fare ricerca e analisi fanno propaganda, non ci sarà mai una cittadinanza matura e una coscienza critica desta. Ebbene, proprio in questi casi bisogna dire come Ilario Ammendolia: «sia pur tutti, io no». Il valore del dissenso non dipende da quanti lo praticano. Anzi, il valore assoluto del dissenso è tanto maggiore quanto meno individui lo sostengono. Ne basta uno a tenere accesa la fiammella, in questo caso della ricerca, dell’analisi, della consapevolezza.

Il «j’accuse» di Ilario Ammendolia diventa infine un appello: «Questa lotta non riguarda i calabresi in quanto tali. I calabresi, in questo momento storico, sono come i giunchi dei loro torrenti piegati dalla piena. Non ce la faranno a “resistere” se la loro silenziosa lotta non sarà fatta propria dal movimento democratico italiano». Il bisogno di Stato è anche bisogno di unità, l’unità che in Italia forse non c’è mai stata e che oggi più che mai è necessario costruire. «L’unità nazionale — sono parole di Giovanni Amendola — è l’eredità più rivoluzionaria della nostra storia».

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