1. La longue durée
2. Il caso esemplare: i domenicani a Verbicaro

 

Il libro del prof. Leonardo R. Alario Conventi, chiese e figli di San Domenico della Diocesi di Cassano, pubblicato l’anno scorso da Falco Editore, offre lo spunto per alcune considerazioni sul territorio preso in esame e più in generale sulla storia e sul presente. Tra i due termini — storia e presente — c’è un legame stretto, più di quanto la lettera non dica, senza il quale la storia diventa erudizione sterile e il presente perde la propria identità. Ripeterlo è sempre utile.

Il tema del libro è la presenza dei padri domenicani nella diocesi di Cassano Ionio, svolto attraverso l’indicazione dei documenti che ne permettono la conoscenza e la narrazione. La diocesi di Cassano ha coinciso fino al 1979, anno di riordini territoriali ecclesiastici, con l’estremità settentrionale della Calabria, dallo Ionio al Tirreno. I capitoli del volume, quindi, sono dedicati ai conventi di Altomonte, Saracena, Castrovillari, Laino Borgo, Verbicaro, Amendolara e Cassano; ai domenicani illustri della diocesi; a figure degne di nota. Alario è così autore di un repertorio accurato di fonti, redatto col proposito di «offrire ai giovani studiosi locali un primo covone d’informazioni necessarie, soprattutto sui documenti di non facile reperibilità e, talora, di più difficile consultazione». L’archivio che rende possibile un tale lavoro è quello Generale dell’Ordine dei Predicatori (AGOP), presso la basilica di Santa Sabina a Roma, dove si trovano le fondamentali relazioni sui singoli conventi e sulle province domenicane e altri documenti prodotti dalle varie attività dei frati.

Una prima considerazione. La storia, cioè il succedersi dei fatti nei secoli, ha lasciato tracce che chiamiamo fonti. I documenti sono le fonti principali, quindi gli archivi sono le raccolte più importanti di ciò che il tempo ha lasciato. Negli archivi, non altrove, si ricostruisce la storia e la si scrive. Essi sono luoghi naturali della storiografia.

indice dell’articolo

1. La longue durée

L’ordine dei padri predicatori o dei domenicani è stato fondato da San Domenico di Guzmán agli inizi del XIII secolo. È uno degli ordini detti mendicanti per la manifesta vocazione alla povertà. Nel medioevo in cui la Chiesa aveva necessità di recuperare la forza ispiratrice delle origini, gli ordini mendicanti rimisero al centro della vita cristiana il Vangelo, rinunciando a ricchezza e potere, che il cristianesimo corrompevano e offuscavano. Non solo alla povertà, tuttavia, si votarono i domenicani, ma anche allo studio e alla predicazione, per cui furono detti predicatori. Secondo le definizioni odierne, furono ottimi animatori e comunicatori — la comunicazione non è invenzione recente.

Il primo convento domenicano in Calabria fu fondato a Catanzaro nel 1401, il primo nella diocesi di Cassano Ionio ad Altomonte nel 1440. Questo farebbe pensare che parlare dei padri predicatori voglia dire occuparsi del passato, di un passato anche molto lontano. La storia, però, non è solo una più o meno rapida successione di fatti, sganciati l’uno dall’altro e ciascuno senza implicazioni o solo con implicazioni immediate. La storia può essere osservata fissando l’attenzione sugli elementi più stabili che in essa ci sono e che la caratterizzano. È la longue durée, la categoria con cui l’École des Annales di Marc Bloch (1886-1944) studia le vicende degli uomini e di cui è stato teorico più recente Fernand Braudel (1902-1985).1

Per quel che riguarda la presenza dei domenicani nel territorio in esame, applicare lo sguardo della lunga durata vuol dire cercare e osservare ciò che la loro presenza ha determinato e per quanto tempo. Infatti, la lunga durata presuppone un inizio e quindi, comunque, una fine o una evoluzione, anche se dopo un tempo lungo. Lunga durata non è sinonimo di sempre. Questo implica che pure gli elementi di un sistema ritenuti assolutamente più stabili possono, prima o poi, perdersi. E quindi che nuovi elementi possono sostituirsi a quelli precedenti, sia pure in un processo di durata variabile, ma con l’esito certo.

In altre parole, nella storia nessuna conquista è definitiva, né spontaneamente duratura. Anche l’elemento che nel sistema appare più ovvio — proprio per questo —, avendo avuto un inizio può avere una fine, se non rinvigorito, difeso, reiterato. Dunque, la lunga durata è anche indice di un impegno, di valori, di atti ben determinati. Si tratta di uno sviluppo della categoria, perché ciò rivaluta l’individuo e la consapevolezza, fattori che lo sguardo della longue durée tenderebbe a porre in secondo piano, rischiando però così una certa astrattezza. Gabriele De Rosa (1917-2009) ha scritto, trattando della religiosità: «non storia della preghiera, ma dell’uomo che prega»,2 formula breve ma efficace. Individuo e consapevolezza introducono a un ulteriore sviluppo del tema della longue durée: la responsabilità.

indice dell’articolo

2. Il caso esemplare: i domenicani a Verbicaro

La campana maggiore della chiesa parrocchiale di Verbicaro reca la data di fusione, il 1464. Mostra pure l’immagine di San Leonardo in soccorso di due prigionieri, tirati fuori da una torre. Lo stesso santo è raffigurato nella piccola chiesa della Madonna della Neve. Ben tre volte in ciò che resta del ciclo di affreschi che la decorava, databile tra la seconda metà del Quattrocento e il 1539. Ancora, il nome San Leonardo indica una parte di territorio nei dintorni del centro abitato. La campana, gli affreschi, il toponimo sono tracce evidenti di una devozione molto sentita a Verbicaro nel XV secolo.

San Leonardo, l’abate di Noblat, era venerato come protettore dei prigionieri.3 Verbicaro è un paese dell’entroterra tirrenico, ai margini meridionali del Pollino, compreso nella diocesi di Cassano Ionio fino ai riordini territoriali del 1979. In passato è stato rifugio ideale di popolazioni della costa vittime degli attacchi di saraceni, turchi e barbareschi. Nuova dimora in particolare di profughi provenienti dalla vicina Cirella, tante volte duramente attaccata nel XVI secolo. Ne è segno il cognome Cirelli, documentato a Verbicaro fin da allora e chiara indicazione di provenienza geografica. In un tale contesto la devozione a San Leonardo era del tutto spontanea e i segni materiali che ha lasciato contribuiscono ad affermare tale contesto.

Il rischio delle incursioni sulla costa è diminuito nel tempo fino a cessare e a Verbicaro la devozione a San Leonardo si è affievolita fino a scomparire. L’ultimo affresco della Madonna della Neve che lo raffigura è del 1539. Dopo tanto tempo sono rimasti soltanto la campana, gli affreschi e il toponimo. Forse anche, di quei secoli vissuti in difesa, una certa chiusura verso l’esterno della piccola società verbicarese. La devozione a San Leonardo non è andata oltre i bisogni di quel presente, non si è sedimentata in modo da raggiungere i percorsi della lunga durata.

Nel 1571 a Verbicaro sono arrivati i domenicani, con la fondazione di un convento intitolato a Gesù e Maria. Sono rimasti in paese fino al 1653, anno di soppressione del convento stesso. La loro presenza è una linea di confine. Per l’influenza esercitata segna un prima e un dopo. Tanti caratteri della Verbicaro dei secoli successivi fino a oggi sono in vario modo legati ai padri predicatori.

I domenicani introdussero in paese la devozione alla Madonna del Rosario, tipica del loro ordine. Poterono inserirsi, per questo, in un contesto caratterizzato dal culto mariano, tradizionale già nel Cinquecento e testimoniato dagli affreschi della Madonna della Neve. Introdussero anche il culto di San Giuseppe, del quale però non ci sono tracce precedenti. Si tratta, quindi, di un elemento legato alla presenza in paese dei frati di San Domenico.

La devozione per San Giuseppe ha ricevuto in epoca moderna nuovo e determinante impulso dal testo Summa de donis s. Ioseph, scritto dal domenicano Isidoro Isolani presso Parma, «in loco sancti Ioseph», e stampato a Pavia sul finire del 1521.4 Il libro è l’anello di congiunzione tra l’ordine dei padri predicatori e il culto di San Giuseppe. Ebbe una grande diffusione e fece del santo a cui era dedicato uno degli elementi della predicazione dei domenicani. Il tema legato a San Giuseppe era la buona morte, un’esortazione a praticare la cura dei moribondi e il suffragio per i defunti.

Nel 1653 i domenicani lasciarono Verbicaro, ma la devozione per San Giuseppe rimase, tanto da portare, quasi un secolo dopo, l’1 luglio 1751, alla fondazione di una confraternita intitolata al santo, tra le cui finalità principali c’erano l’assistenza dei fratelli moribondi e le preghiere per i fratelli defunti. La sede del sodalizio è sempre stata la chiesa di San Domenico, quella dei frati. L’impressione che si trae dai documenti è che i fratelli laici di San Giuseppe abbiano come preso il posto dei padri predicatori, nelle forme di in un ideale passaggio di testimone.

La confraternita è stata per due secoli il sodalizio più organizzato e attivo di Verbicaro, arrivando a contare nell’Ottocento circa mille iscritti. I valori che soprattutto ha testimoniato, al di là del contenuto religioso, sono stati la solidarietà e la responsabilità, come si direbbe oggi di una efficiente associazione di volontariato.

Tra Ottocento e Novecento, quando la chiesa che era stata dei frati fu abbandonata perché cadente, la confraternita ne costruì un’altra nei pressi, dedicandola a San Giuseppe. Una statua del santo svetta all’esterno, tra due campanili. Sulla facciata le statue di Gesù e Maria tramandano la memoria del convento di domenicani, da cui ha tratto origine tanto di ciò che è giunto fino a oggi dal passato.

La presenza dei domenicani a Verbicaro, e quindi nella diocesi di Cassano Ionio, ha lasciato tracce materiali e spirituali, segni di elementi che introdotti nella società verbicarese tra Cinquecento e Seicento sono diventati stabili, hanno raggiunto i percorsi della lunga durata, tanto da essere oggi aspetti dell’identità collettiva. Come ho cercato di dire prima, la lunga durata implica impegno, valori e atti, quindi individui e consapevolezza, quindi responsabilità. Di questo, infine, parlano a Verbicaro i frutti dell’antica semina dei padri predicatori, di un percorso che continua perché qualcuno lo ha seguito e ancora lo segue. A tutto questo richiama il libro del prof. Alario, mostrando a cosa può condurre lo studio delle fonti, qual è il senso più autentico del fare storia.

 

1 F. Braudel, Histoire et Sciences sociales: La longue durée, in «Annales. Économies, Sociétés, Civilisations.», vol. XIII, n. 4, ott-dic 1958, pp. 725-753
2 G. De Rosa, Chiesa e religione popolare nel Mezzogiorno, Laterza, 1978, p. 13
3 Sulla devozione per San Leonardo protettore dei prigionieri vedi S. Napolitano, Turco-barbareschi e devozione leonardiana nell’Alto-Tirreno cosentino, in «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», a. LXX (2003), pp. 91-112
4 ISOLANI, Isidoro, in «Dizionario Biografico degli Italiani», vol. 62 (2004)

 


Alcuni diritti riservati.

stampa

Potrebbero interessarti anche questi articoli

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

 caratteri disponibili

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>