Sette secoli or sono, nel 1314, Jacques de Molay, maestro dei templari, finiva i suoi giorni sul rogo, a Parigi, per volere del re di Francia Filippo il Bello. Era la sera del 18 marzo, un lunedì. La data che però è legata alla fine dell’Ordine religioso è il venerdì 13 ottobre. Sette anni prima, infatti, nel 1307, iniziava quel giorno la caccia ai templari, operazione tra le più violente della storia, che si compì proprio con la soppressione dell’Ordine e la morte di de Molay. Quei cavalieri sono tra le immagini più espressive del medioevo, sebbene offuscati dal mito e controversi, ma certamente longevi. Tanto da indurre a considerare il venerdì 13, proprio per la loro fine, giorno di sorte avversa.

L’Ordine religioso dei cavalieri templari nacque nel 1120 dall’iniziativa di alcuni nobili tra cui Hugues de Payns, per la difesa militare dei pellegrini cristiani d’Occidente in Terra Santa. Ebbe come sede un palazzo sulla spianata del Tempio di Salomone a Gerusalemme. Il papato lo riconobbe tra il 1139 e il 1145, con tre bolle dai titoli eloquenti: Omne datum optimum, Milites Templi, Militia Dei. Ovvero, il papa Innocenzo II e il successore Celestino II accolsero i templari come militari del Tempio e soldati di Dio. A Gerusalemme operavano già gli ospitalieri, anch’essi cavalieri di un ordine religioso, detti in seguito cavalieri di Malta, che aveva come scopo prevalente la cura dei pellegrini.

Dunque, gli ordini religiosi cavallereschi che agirono in Terra Santa furono la soluzione di alcune questioni pratiche che si erano poste in quei luoghi, in particolare la cura, l’assistenza e la difesa militare dei pellegrini. Soprattutto per i templari, questo fu motivo di una grande crescita di prestigio, di ricchezza e di potere.

I soldati del Tempio, però, oltre le finalità più concrete dell’Ordine e la fama che acquistarono, furono parte di una grande operazione culturale e religiosa prima che militare e di potere, che produsse la figura divenuta classica del cavaliere «senza paura e senza macchia». Attraverso i templari, la Chiesa consolidò una serie di limiti alla violenza militare dei cavalieri laici, molto diffusa in quei secoli. Sapendo di non poterla vietare, perché nessuno avrebbe rispettato il divieto, la Chiesa si impegnò a inglobarla e a governarla. La regola dei templari imponeva l’espulsione dall’Ordine di chi provocava la morte «di un cristiano o di una cristiana» (226) e punizioni severe per chi colpiva un altro fratello o «un cristiano o una cristiana» (234-235). Non era ovvio nella società europea del tempo che un cavaliere fosse punibile e punito per atti di violenza.

La contrapposizione dei templari ai cavalieri laici è ancora più chiara nelle pagine del libro Elogio dei nuovi cavalieri (De laude novae militiae) di san Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), uno dei maggiori e più influenti pensatori del medioevo, che dei templari fu promotore e ispiratore. Un intellettuale ideologo, si direbbe oggi. Ha scritto san Bernardo: «Il cavaliere che è veramente senza paura e senza macchia protegge la sua anima con l’armatura della Fede, così come copre il suo corpo con una cotta di maglia.» Un cavaliere cristiano è condotto dai precetti della religione, un monaco cavaliere è ulteriormente legato all’osservanza della regola del proprio ordine. San Bernardo attaccò duramente l’opulenza, la vanagloria e la mollezza dei cavalieri laici, contrapponendo a essi la fraternità e la sobria severità dei templari. In quegli anni la Chiesa era impegnata nell’attuare una profonda riforma dei propri costumi, quindi le parole dell’abate di Chiaravalle erano rivolte ai cavalieri templari anche perché gli uomini di Chiesa intendessero.

La fine dei templari arrivò agli inizi del Trecento, dopo quasi due secoli dalla fondazione dell’Ordine. La decise il re di Francia Filippo IV il Bello (1268-1314). Fu violenta e controversa, tanto da mettere in ombra la storia stessa dei monaci cavalieri. In Europa si andava delineando una nuova cultura. La figura del cavaliere cristiano era sbiadita, ma sbiadito era soprattutto l’universalismo politico medievale, cioè l’idea che l’unica istituzione civile sovrana dovesse essere l’impero. I nuovi soggetti della politica erano gli stati nazionali, la Francia in particolare. Frantumata l’unità politica imperiale, perché si affermassero le monarchie dei singoli stati, non poteva sopravvivere l’Ordine dei cavalieri del Tempio, la cui diffusione e la cui ricchezza ne avevano fatto un potere autonomo sovranazionale, antagonista per forza di cose dei nuovi stati.

Negli stessi anni, agli inizi del Trecento, prima di eliminare i templari, Filippo il Bello colpì il papato, cioè il soggetto religioso dell’universalismo medievale. Era pontefice Bonifacio VIII (1294-1303). Prevalse il re di Francia. Bonifacio, al secolo Benedetto Caetani, fu umiliato e con lui fu sconfitta l’idea teocratica che al papato dovessero obbedienza ogni individuo e istituzione. Non solo. Nel 1305 fu eletto papa il francese Bertrand de Got, arcivescovo di Bordeaux, che prese il nome di Clemente V. Il nuovo pontefice rimase nella sua sede arcivescovile fino al 1309, quando si trasferì ad Avignone. Lì, nel territorio e all’ombra del regno francese, il papato mantenne la sede per quasi settant’anni.

In tale contesto, contro i templari fu ordita una campagna di accuse infamanti fino all’eresia, che spinsero lo stesso maestro Jacques de Molay a chiedere al papa un’inchiesta per affermare la verità e rendere giustizia ai cavalieri. Clemente V decise di aprirla e lo comunicò a re Filippo. Ma questi, senza aspettarne l’esito, dispose per l’alba del venerdì 13 ottobre 1307 la cattura dei templari di Francia. Nel 1312, con la bolla Vox in excelso, papa Clemente soppresse l’Ordine che i suoi predecessori avevano definito «milizia di Dio».

Un contemporaneo, Dante Alighieri, nel suo Purgatorio (XX, 85-96), scrivendo contro la cupidigia, ha fatto esprimere all’anima di Ugo Capeto, fondatore della dinastia dei re francesi, tutto lo sdegno per gli atti dei suoi ultimi discendenti. In particolare di Filippo il Bello — «il novo Pilato» —, responsabile dell’umiliazione di Bonifacio VIII e della violenta soppressione dell’Ordine dei templari. Contro di esso, senza aspettare la conclusione degli accertamenti disposti dal papa — «sanza decreto» —, scagliò la sua cupidigia, come fosse pirata in mare — «le cupide vele».

«Perché men paia il mal futuro e ‘l fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un’altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l’aceto e ‘l fiele,
e tra vivi ladroni essere anciso.

Veggio il novo Pilato sì crudele,
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
portar nel Tempio le cupide vele.

O Segnor mio, quando sarò io lieto
a veder la vendetta che, nascosa,
fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?»

 

Gli stati nazionali sono un elemento della modernità, un cui carattere, quindi, è il particolarismo, proprio in opposizione all’universalismo che invece è del medioevo. Ciò mostra le fiamme che sette secoli fa arsero il maestro Jacques de Molay come bagliori del crepuscolo da cui è sorta l’età moderna. Tuttavia, particolarismo è anche disgregazione e conflitto. Infatti, l’esito estremo degli stati nazionali europei sono state le due grandi guerre del Novecento. Per scongiurare il ripetersi di conflitti di quella entità drammatica, si è cercato di affermare l’idea di una Europa unita, che oggi è l’Unione europea.

Non sembri un volo della fantasia passare dai templari all’Europa di oggi. Unità e divisione sono concetti a cui ogni epoca ha dato una propria attualità, ma le cui implicazioni sono analoghe, al di là degli elementi di ciascun tempo. Re Filippo, per affermare la Francia come nuovo stato nazionale, ha dovuto scontrarsi con la Chiesa e liberarsi dei templari. Significò che in un certo territorio la sovranità del monarca doveva essere assoluta. Ciò determinava l’esistenza di uno stato. Il processo che oggi deve consolidare l’Unione europea è l’esatto contrario: perché l’Europa sia davvero unita la sovranità dei singoli stati deve essere ceduta, anche solo in parte.

L’universalismo, dunque, non è un carattere esclusivo del medioevo. Oggi c’è l’Unione europea, ma anche e soprattutto la globalizzazione, una forma di universalismo economico che l’Europa può governare essendo sovrana, non più somma di sovranità. Visto dall’interno, il processo in corso nel vecchio continente è contrario a quello sostenuto da Filippo il Bello nel medioevo. Visto dall’esterno, in rapporto alla globalizzazione, l’Unione europea deve affermarsi oggi nel mondo così come la Francia nell’Europa del Trecento. Sono cambiati i tempi, le grandezze, i soggetti, ma i meccanismi restano gli stessi.

Dopo la soppressione dell’Ordine e la morte di Jacques de Molay, alla storia dei templari si è affiancata e via via sovrapposta nei secoli una tradizione mitica, fatta di leggende e di misteri, che ne ha offuscato il senso autentico, così come lo ritroviamo negli articoli della regola e nelle parole di san Bernardo di Chiaravalle. Ciò è stato per la fine violenta e controversa dell’Ordine, ma anche per la gloria e il potere dei suoi tempi migliori. Sicché, i templari e il templarismo hanno poco in comune.

Resta, tuttavia, la lezione dei cavalieri del Tempio, oltre la modernità. È la loro «armatura della Fede», secondo la definizione che san Bernardo ha tratto dall’apostolo Paolo (1 Ts 5, 8). Ovvero, un solido elemento che unisce e forma l’identità, superando la singolarità dei soggetti. Ciò vale per gli individui, ma soprattutto per le culture e le società. L’unione non è la somma di particolarismi, ma la scelta e l’affermazione di alcuni elementi, che quindi prevalgono su altri. Il tempo nuovo della globalizzazione è tempo di scelte, tempo di identità. Pensare di attraversarlo armati di tutto o del tutto disarmati è l’aspetto attuale della vanagloria dei medievali.

 

I cavalieri templari sono un tema affascinante quanto insidioso, a causa della tradizione mitica, a cui ho accennato, che ha offuscato la storia dell’Ordine. Per trattarlo è quanto mai necessaria un’analisi attenta delle fonti, con la consapevolezza che gran parte dei documenti prodotti da quei cavalieri sono andati distrutti nei secoli. È quindi opportuno — e comunque ampiamente possibile — indicare una piccola bibliografia introduttiva di testi e di studi da cui avviare un eventuale approfondimento.
J.V. Molle (a cura di), I templari. La regola e gli statuti dell’Ordine, ECIG, 1994
Berdardo di Chiaravalle, Il libro della nuova cavalleria. De laude novae militiae, a cura di F. Cardini, Biblioteca di Via Senato, 2004
Una versione del De laude di san Bernardo, con testo latino di seguito, è disponibile in «scriptorium.it».
M. Barber, The New Knighthood. A History of the Order of the Temple, 1994; in it. La storia dei templari, trad. di M. Scaccabarozzi, Piemme, 1997
F. Cardini, La tradizione templare, Vallecchi, 2007

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