«che cosa è l’uomo perché te ne ricordi
il figlio dell’uomo perché te ne curi?»

L’idea che gli uomini hanno di se stessi è una questione che ritorna. Le parole di un salmo (8, 5) pongono una domanda frequente nella storia degli uomini, nei fatti personali come nelle vicende comuni. Le risposte date sono tra gli elementi più determinanti nel caratterizzare una vita o un’epoca. Quella del salmo è una delle tante. Cos’è l’uomo?

«Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato.» (8, 6)

Si, una delle tante. Ma anche un paradigma, una sintesi efficace. Subito colpisce il «coronato»: «di gloria e di onore lo hai coronato». Evoca successi, quindi qualità eccellenti. La frase, però, inizia con l’«eppure» avversativo. Vuol dire che possono esserci la gloria e l’onore nonostante l’uomo sia piccolo, sia nulla se paragonato al cielo, alla luna e alle stelle, richiamate dal salmista nel verso precedente (4). Insomma, l’uomo è niente, ma ha la possibilità di essere grande. C’è la constatazione di una natura limitata, che però può elevarsi, fin quasi agli angeli. Esiste il problema, ma anche una soluzione, una chance, una via d’uscita. Ireneo di Lione (II sec. d.C.) la indica nell’Adversus haereses: «l’uomo, dotato di ragione e in questo simile a Dio, creato libero nel suo arbitrio e potere, si fa da sé frumento o paglia» (IV, 4, 3). L’uomo è niente, ma può meritare la gloria e l’onore oppure aggravare la sua nullità.

L’uomo è un’occasione, che bisogna valutare nel tempo, perché non ha una natura invariabile predeterminata, buona o malvagia. È un recipiente vuoto, a cui è data la scelta di cosa riempirsi. Si tratta di una soluzione tutt’altro che secca e definitiva, quindi la questione ritorna.

locandina Molière in biciclettaLa gaia levità di chi nel salmo è «fatto poco meno degli angeli» diventa doloroso fardello quando la stessa creatura è osservata nelle sue vicende, immersa nel tempo e nella storia. Non avere altra natura se non quella di essere recipiente vuoto implica libertà di azione, capacità di fare il bene, ma anche il male. In questo dualismo, nella possibilità che costantemente oscilla tra bontà e malvagità c’è la gloria degli uomini, ma anche il loro scandalo. Allora, di nuovo, cos’è l’uomo? La questione che ritorna assume così un’altra forma, più inquietante e ancora più pressante. Ora chiede piuttosto verso cosa tende l’uomo libero di agire, l’uomo capace di essere «frumento o paglia»?

Una risposta la dà il film francese Alceste à bicyclette, del 2013. Prima, però, l’ha data una commedia di Molière (1622-1673), Le misanthrope, che al film offre il pretesto e anche tanto testo delizioso. Il tema di entrambi è la «perversità» e il «malanimo» degli uomini. Il protagonista reale della commedia e ideale del film è Alceste, un uomo rigoroso e quindi solitario, che detesta «l’umana natura», «perché è una spaventosa sciagura».

La trama del film è il risultato di due intrecci. Un attore all’apice del successo va da un altro che invece da tre anni ha lasciato le scene. Si ferma da lui una settimana, vuole convincerlo a tornare in teatro per mettere in scena Il misantropo. Uno è accomodante, l’altro intransigente. L’accomodante vive a Parigi, l’intransigente sull’île de Ré, nell’Atlantico, di fronte a La Rochelle. Primo intreccio, di vite e di luoghi. L’intransigente chiede all’accomodante qualche giorno per pensarci. Nel frattempo leggono il testo e iniziano a provare. Decidono che si alterneranno nell’interpretare Alceste, il protagonista rigoroso della commedia, e Filinto, l’amico di lui, conciliante. I due attori avviano un confronto anche duro, che ripropone in una versione contemporanea quello dei personaggi di Molière. Mentre recitano nei ruoli di Alceste e Filinto, emergono le loro personalità contrastanti, che sono di un Alceste e di un Filinto di oggi. Secondo intreccio. Magnifico.

Il film è diretto da Philippe Le Guay, che lo ha pensato e scritto con Fabrice Luchini, uno dei due protagonisti, l’attore intransigente. L’altro è Lambert Wilson. Il ritmo, l’atmosfera, i dettagli sono quelli tipici di tanti film francesi: pacato, coinvolgente, curatissimi. A un certo punto della visione ci si scopre del tutto immersi nella vicenda. Ogni elemento fa la narrazione, nulla è superfluo. L’opera è raffinata ed eloquente.

frontespizio Le MisanthropeL’attore intransigente, Alceste odierno, detesta «l’umana natura», ma non è privo dei caratteri che ai suoi occhi rendono l’uomo «una spaventosa sciagura». Sa essere invidioso, egoista, cattivo, sa ferire. La sua, però, è una reazione, dice il racconto, il debordare di un vaso ormai colmo. Anche la malvagità di Alceste è frutto della «perversità» degli uomini. Perché coloro che «azzannan come lupi» abbrutiscono i loro simili di indole migliore, degradando anch’essi verso il «malanimo». L’argine è il rigore e la riservatezza, tirarsi da parte, come l’Alceste odierno, l’attore intransigente che vive su un’isola nell’Atlantico, seguendo così le parole dell’Alceste di Molière:

«Trop de perversité règne au siècle où nous sommes,
Et je veux me tirer du commerce des hommes.»

Il film si conclude con la definitiva divergenza tra i due attori, col ghigno amaro dell’accomodante e il sorriso sereno dell’intransigente. La diversa dizione di una battuta della commedia di Molière è il sigillo di tutta la vicenda:

Filinto: «Ormai detestate l’umana natura.»
Alceste: «Si, per me è una spaventosa sciagura.»

L’attore accomodante nelle vesti di Alceste non dice «spaventosa», ma «indicibile sciagura». Proprio non gli riesce di essere fedele all’«effroyable» di Molière. Ripeterà l’errore anche in teatro e sarà il suo insuccesso. I due aggettivi, «spaventosa» e «indicibile», rivelano due punti di vista, due modi di porsi di fronte alla realtà. Uno esprime la consapevolezza dei severi, l’altro l’incapacità o il rifiuto di capire, di accettare. Dire «indicibile» equivale a nascondere ciò che però è, a far finta di niente e ad agire di conseguenza. L’attore accomodante non poteva che dire «indicibile». L’intransigente è tale perché sa e accetta, dice correttamente «spaventosa» e agisce di conseguenza.

île de RéAllora, verso cosa tendono gli uomini? Molière e il film dicono verso il compromesso della mediocrità — il «malanimo». Ma anche, sebbene in numero esiguo, verso la consapevolezza del rigore. La risposta è ancora aperta, l’osservazione e l’introspezione quanto mai necessarie. Gli uomini, tutti gli uomini, hanno in loro i caratteri sia per essere consapevoli che per essere incoscienti, la loro natura non sarà mai invariabile e predeterminata: tutti consapevoli, tutti incoscienti. La questione che ritorna è dunque un processo in atto, una lunga commedia sempre in scena. E il teatro finisce per essere uno degli strumenti più adatti all’osservazione e all’introspezione. Lo hanno dimostrato gli antichi, lo ha dimostrato Molière. Lo dimostra oggi Eduardo De Filippo (1900-1984), di cui il 31 ottobre è ricorso il trentesimo anniversario della morte.

Allora, in fine, cos’è l’uomo? È attesa. Più o meno consapevole, più o meno attiva. L’uomo è uno che aspetta: «ha da passa’ ‘a nuttata».

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