Intervento del prof. Torelli al Premio Balzan

 

Le questioni che gravano sul mondo della ricerca scientifica italiana sono tornate di recente all’attenzione della cronaca grazie a due fatti: le parole del prof. Torelli alla cerimonia di consegna del Premio Balzan e una lettera pubblica di un ricercatore italiano all’estero indirizzata al Presidente della Repubblica. A dirla tutta, mi sembra abbia avuto maggiore attenzione la lettera del giovane ricercatore che non le parole di Torelli: aggiungerei anche questa anomalia alle vicende grottesche del mondo universitario e della ricerca scientifica nazionale.

Il prof. Mario Torelli, archeologo dell’Università di Perugia, ha ricevuto il Premio Balzan 2014 per l’archeologia classica.1 La cerimonia di consegna del premio si è tenuta al Quirinale lo scorso 20 novembre. Nel suo breve intervento l’archeologo si è rivolto al Presidente della Repubblica ponendo in evidenza alcune questioni: il peggioramento del mondo universitario italiano negli ultimi decenni; la mediocrità delle leggi che regolano l’università e la ricerca scientifica; la «scarsa attenzione della pubblica opinione» alle sorti dell’università e della ricerca; l’«ossessione economicista del governo dei beni culturali come puro management».

C’è una relazione di causalità tra le segnalazioni del professore. Il peggioramento qualitativo degli atenei italiani è l’effetto delle leggi mediocri e della scarsa attenzione dell’opinione pubblica alla cultura. Apprezzo molto che Torelli abbia indicato le responsabilità dei cittadini e non solo quelle dei politici legislatori, come invece è moda diffusa in Italia. Le colpe non sono sempre degli altri e non sono sempre e solo dei politici — quando finirà la giaculatoria stucchevole della politica causa di tutti i mali l’Italia sarà migliore, anche solo per questo.

Mario Torelli al Premio Balzan (quirinale.it)Legislazione mediocre e menefreghismo pubblico, cioè l’idea che gli italiani hanno della cultura e dei beni culturali, hanno prodotto anche l’attenzione maniacale ai bilanci e la convinzione che nell’ambito della cultura e dei beni culturali valgano le regole di una qualsiasi azienda. Ora, la cultura e i beni culturali possono produrre e producono reddito, ma ciò non deve essere condizione necessaria perché cultura e beni culturali ricevano l’attenzione, le cure e i finanziamenti dello Stato, ai suoi vari livelli di organizzazione. La qualità e la necessità di biblioteche, archivi e musei prescinde dalla partita doppia. La cultura, intesa come formazione, ricerca, cura e studio dei beni artistici e storici, è un investimento a lungo termine, anche valutandolo dal punto di vista degli economisti, non produce utile nel breve periodo. Altro tema è la necessità di eliminare gli sprechi, che però devono prima essere individuati.

Il prof. Torelli ha parlato anche di «cooptazioni dissennate». Sono le assunzioni che nei decenni — aggiungo io — hanno reso la formazione, la ricerca e i beni culturali spazi aperti al più selvaggio soddisfacimento delle clientele politiche e accademiche. Ciò vuol dire che i pochi denari che lo Stato riserva e mal distribuisce alla cultura sono spesso utilizzati per fini che nulla hanno a che fare con la formazione e la ricerca. Ecco gli sprechi da eliminare. L’effetto è il peggioramento qualitativo delle istituzioni culturali nazionali. La soluzione, certo, non è tagliare i fondi, ma colpire le clientele. Perchè in tanti casi il problema non è la mancanza di fondi, ma il loro utilizzo. I crolli di Pompei negli ultimi anni e il degrado complessivo di quell’area archeologica lo hanno mostrato con chiarezza.

Le clientele sono cittadini, chi altro? In Italia non si afferma il merito per la diffusa presenza di cooptati in modo dissennato, non per la mancanza di fondi. L’oltraggio costante al merito è il problema più grave nell’ambito della formazione e della ricerca scientifica. Ed ecco spiegata in parte la «scarsa attenzione della pubblica opinione» di cui ha parlato il professore. Che si oltraggi pure il merito se tanti, in vario modo, ne traggono beneficio.

C’è poi la lettera del ricercatore Cosimo Lacava al Presidente della Repubblica e la risposta di Napolitano. La questione posta è la mancanza di prospettive in Italia per i giovani ricercatori e quindi la necessità per essi di trasferirsi all’estero. Mi ha fatto ripensare alla lettera di Pier Luigi Celli al figlio del 2009, ben più incisiva, una delle testimonianze più lucide sull’Italia contemporanea. La lettera di Lacava è del 27 novembre quindi anche cronologicamente può essere considerata un esito delle questioni esposte una settimana prima da Mario Torelli al Quirinale. Eppure, come dicevo all’inizio, mi sembra abbia ricevuto più attenzione la lettera che le parole dell’archeologo. Chissà, forse perché in Italia siamo più avvezzi a porre problemi che ad analizzarli. Anche questo è ricerca.

Lacava ha fatto bene a rivolgersi a Napolitano, ma ora aspetto una lettera di qualche sua o suo collega rivolta però ai professori italiani che calpestano il merito e ai favoriti che beneficiano di tale pratica dissennata. Perché se accettiamo l’andazzo siamo complici. Non è solo una questione di leggi e di finanziamenti. Bisogna pur dirlo, forte e chiaro.

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Intervento del prof. Mario Torelli alla consegna del Premio Balzan
Palazzo del Quirinale, 20 novembre 2014

Signor Presidente,

sono particolarmente commosso e onorato di ricevere dalle sue mani questo prestigioso premio, che vorrei dedicare alla memoria di quattro grandi maestri dell’Università di Roma, ai quali la mia formazione deve moltissimo: Massimo Pallottino, Attilio Degrassi, Angelo Prelici e Ranuccio Bianchi Bandinelli. Mi piace ricordare che di quest’ultimo, sia io che lei, signor Presidente, siamo stati buoni amici e che il primo mi ha preceduto nell’ottenere, trent’anni or sono, solo tra gli archeologi italiani, la medesima distinzione.

Una stagione fortunata ha consentito che questi quattro studiosi, diversissimi tra loro, ma tutti di straordinaria dottrina, insegnassero nella stessa università nella seconda metà degli anni Cinquanta. Oggi i processi di cooptazione nella comunità scientifica universitaria, sconvolti da recenti leggi mediocri e dalla scarsa attenzione della pubblica opinione, rischiano di rendere non più ripetibili circostanze come quelle appena da me richiamate.

Tuttavia non poco il mio percorso di ricerca è debitore anche nei confronti del quinquennio trascorso agli inizi della mia carriera nella Soprintendenza alle Antichità di Villa Giulia. In quel quinquennio ho avuto la ventura di scoprire il santuario greco del porto di Tarquinia, forse la mia scoperta di campo più importante, che ha senz’altro cambiato profondamente l’indirizzo dei mie studi.

Signor Presidente,

pur nelle ristrettezze di bilancio e fra mille difficoltà di ogni genere, le soprintendenze archeologiche allora offrivano mezzi e occasioni per un avanzamento del sapere di primissimo ordine. Anche in questo caso una riforma alle porte se deve porre giusto rimedio ai guasti operati dalle cooptazioni dissennate, come la legge 285 del 1978 per la disoccupazione giovanile, e da una proliferazione di dirigenze che rischia di trasformare il volto di quelle istituzioni in tanti eserciti di soli generali, appare dominata dall’ossessione economicista del governo dei beni culturali come puro management. Sono fiducioso signor Presidente, che la sua grande saggezza e l’antica amicizia con una personalità come Bianchi-Bandinelli, saprà far indirizzare i progetti di riforma verso una rinascita della funzione scientifica che le soprintendenze hanno in passato tanto spesso saputo svolgere.

Grazie.

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1 E. Osser, Mario Torelli, in «Il Giornale dell’Arte.com», novembre 2014

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