Tu me defendas gladio, ego te defendam calamo.

Guglielmo di Ockham

 

L’attentato di Parigi contro la redazione del foglio satirico «Charlie Hebdo», in cui sono state uccise dodici persone, ha provocato una vasta reazione internazionale che ha subito trovato nel «Je suis Charlie» la propria icona.

je-suis-charlie_news.yahoo.comLe parole sono segni grafici che rimandano a significati e contenuti. Lo sono anche le icone, sia i dipinti religiosi, sia le piccole figure che riempiono il desktop dei nostri computer. Immagini per dire cose, per ricordare, per rimandare. A volte anche le parole diventano icone. Non ci si ferma al segno, se non in casi di analisi specifica o di intenso coinvolgimento estetico. Può essere appagante lasciarsi catturare da un’immagine o dalle parole, un appagamento che però impedisce l’andare oltre, che addirittura fa trascurare il senso del segno e del rimando. È un fenomeno comune oggi, nella civiltà delle immagini, delle icone appunto. Fermarsi sulla superficie appagante della figura, invece di andare oltre, nel territorio problematico del senso. Però non può essere tutto immediato, gradevole, facile.

Quale il senso del «Je suis Charlie»?

Condanna. I terroristi dell’attentato di Parigi hanno ucciso persone, colpite per le loro idee. La condanna è spontanea e definitiva, se non altro per un istinto naturale di sopravvivenza. La condanna è giusta e necessaria: a ciascuno il suo. Indiscutibile.

Libertà. Direttore e redattori di «Charlie Hebdo» sono stati uccisi per i contenuti del foglio satirico, ritenuti offensivi nei confronti dell’islam. Se tutti si proclamano «Charlie» i terroristi hanno ucciso le persone, ma non le loro idee e meno ancora la libertà di esprimerle. Ma cos’è libertà e cosa implica?

Laicità. I terroristi in questione sono islamici fanatici. Al fanatismo religioso è contrapposta la ragione laica e tollerante degli illuministi. Esiste un fanatismo della ragione?

Identità. Libertà, razionalità, tolleranza sono elementi costitutivi della civiltà europea e occidentale, ribadirli per difenderli è un’affermazione di identità. Ma di cosa è fatta l’identità dell’Europa contemporanea? Brandelli di passato?

L’icona del «Je suis Charlie» è superata dai contenuti a cui rimanda e si affievolisce l’appagamento effimero che può dare esibirla. Vuol dire avere di fronte le questioni che pone il senso del rimando, che pone la reazione all’attentato di Parigi.

La libertà ribadita e difesa in seguito all’uccisione del direttore e dei redattori di «Charlie Hebdo» è la libertà di espressione e di stampa. Tuttavia conta poco la specificazione quando si parla di libertà. Il punto è cosa intendiamo evocandola. Libertà come sinonimo di possibilità? È possibile quindi devo poterlo fare — la liceità del possibile. Una tale libertà, assoluta, porterebbe allo scontro di tutti contro tutti. Libertà in un sistema di regole? Liberi di costruire il sistema e di fissare le regole e poi di seguirle o rifiutarle. Libertà come scelta? Devono esserci alternative tra cui poter scegliere e scartare. Scelta implica responsabilità, quindi libertà è responsabilità.

Esiste un estremismo, un fanatismo della libertà? La libertà che è possibilità, la libertà senza regole, una libertà assoluta ha i tratti del fanatismo. C’è un fanatismo buono e uno cattivo? Oggi si rivendica la libertà di fare satira sulla religione islamica, ma non si tollera la satira sull’ebraismo o sull’omosessualità. C’è una satira buona e una satira cattiva? Non è sempre una questione di libertà di espressione e di stampa?

La ragione è contrapposta alla fede, il dubbio al dogma. Eppure tanto razionalismo odierno, tanto laicismo militante non dubitano affatto che certe idee possano aver varcato la soglia del fanatismo. Se il dubbio è un valore — e lo è — deve esserlo che si tratti di fede o che si tratti di ragione. Laicità è autonomia dalle fedi, religiose o politiche. Autonomia non presuppone un avversario, non è conflitto e annullamento. L’autonomia, e quindi la laicità, è necessaria proprio perché le fedi ci sono e possano esserci. Il punto è che oggi laicità si vuole far coincidere con immanenza, cioè con la negazione di ogni trascendenza. La laicità immanente è materialista e il materialismo è totalitario, come il Novecento ha tragicamente mostrato. Il laicismo che pretende di relegare l’esperienza religiosa a fatto privato nega la libertà di espressione pubblica di una fede e impone la dittatura di una parte sul tutto. Così l’uomo è società non più persona. Un conto è affermare: «A Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mc 12, 17), altro è ridurre la fede al privato. Eppure, il pensiero prevalente oggi è questo, espressione di una vera e propria egemonia di un laicismo estremista. Ora, quale laicità c’è dietro il «Je suis Charlie»?

Libertà e laicità pongono le questioni che ho cercato di esporre, sia pure brevemente. Non è ovvio cosa si intenda proclamando sia l’una che l’altra. Ma libertà e laicità, come dicevo, sono costitutive della civiltà europea e ribadirle vuol dire affermare la propria identità. E allora, qual è l’identità dell’Europa contemporanea?

copertina Charlie EbdoUna civiltà è costituita da tanti elementi che non restano distinti nel tempo, ma si fondono, si influenzano, si determinano a vicenda. L’esito, di epoca in epoca, è un equilibrio, un insieme, un senso comune, un buon senso che appunto chiamiamo civiltà. Tra gli elementi che hanno fatto l’Europa c’è il cristianesimo. Si tratta di un’evidenza e come tale non richiede di essere argomentata. Il laicismo egemone che nega il trascendente e relega la religiosità al privato toglie mattoni fondamentali all’edificio europeo. Cosa ne resta, quale aspetto assume, come si esprime, qual è la sua nuova identità? La razionalità e la laicità degli illuministi senza cristianesimo diventa egemonia, la tolleranza superbia, l’identità incertezza. Una cultura che esclude la fede religiosa dal proprio orizzonte non potrà mai dialogare con l’islam. Eppure l’islam, a sua volta, sta fornendo mattoni all’Europa del nostro tempo, che saranno fondamentali per l’Europa di domani. Non è una questione da poco.

L’islam non è violento, la coerenza non è malvagità. Altra cosa è il terrorismo. Gli assassini della redazione di «Charlie Hebdo» sono cittadini francesi islamici fanatici. Il loro fanatismo religioso è alimentato dagli errori di politica estera e militari che l’Occidente compie da un quarto di secolo (guerre in Iraq e Afghanistan, incertezza di fronte alle primavere arabe e al regime in Siria). Ma è alimentato anche dalla cultura che nega la trascendenza e considera minorati e potenzialmente intolleranti e violenti i fedeli delle religioni monoteiste.

Condanno senza alcuna riserva l’attentato di Parigi, per il degrado che infligge alla comune umanità. Ho provato imbarazzo e timore di fronte al «Je suis Charlie», postumo, facile, uniforme, appagante. Dietro possono esserci tante cose divergenti tra loro, come ho cercato di dire. Le matite spezzate di «Charlie Hebdo» ora dovrebbero far riflettere su questo.

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2 commenti

  1. A proposito del “Je suis Charlie” e in accordo con quanto scritto, ho ritenuto un’ottima sintesi della questione il post dell’umorista Nunzio Scalercio sul suo profilo Facebook

    http://goo.gl/eOv41N

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