Ieri ho scritto sulla Marcia repubblicana di Parigi e della Francia, indicandola e apprezzandola come manifestazione della coscienza e della fierezza di essere cittadini. Sono valori francesi, i valori della Rivoluzione, vivi ancora oggi. Ho evitato cenni alla libertà di espressione per non confluire nella retorica — a volte noiosa — di questi giorni, ma soprattutto perché penso non sia quella la questione. Mi è sembrato inopportuno argomentarlo ieri, lo faccio oggi.

Sono consapevole di esprimere un’idea minoritaria e proprio per questo lo faccio. L’assassinio del direttore e dei redattori di «Charlie Hebdo», pur colpendo la libera espressione delle proprie opinioni, in realtà non la mette in discussione. Sarebbe in discussione e in pericolo se come reazione all’attentato, o anche a prescindere da esso, la Francia pensasse di fare leggi che la limitassero. Non mi sembra sia così, tutt’altro. Quindi la libertà di esprimersi è fuori discussione, semmai i fatti dei giorni scorsi l’hanno rafforzata.

Ieri ho parlato di cittadinanza perché essere cittadini vuol dire avere i diritti e i doveri fissati dalla legge. Vuol dire accettare i valori e le regole della comunità di cui la cittadinanza sancisce l’esserne parte. I terroristi dell’attentato a «Charlie Hebdo» erano francesi, come sono europei i tagliatori di teste dell’ISIS. Dunque ci sono cittadini europei di origine extraeuropea che rifiutano i valori e le regole degli stati in cui sono nati e vivono. Ora, il punto non è limitare il riconoscimento delle cittadinanze, non è affatto alzare muri. Il punto è che la partita si gioca a Parigi, in Francia, in Europa. Il valore in pericolo è la capacità di integrazione delle comunità europee, non la libertà di espressione.

È in corso il dibattito sull’indole dell’islam: pacifico o violento? Chi lo considera violento chiede soluzioni ancora più violente, uno scontro in cui prevalga il più risoluto e forte: un Occidente vagheggiato. Ancora, chi lo considera violento auspica un movimento di riforma interno alla religione islamica, una vera e propria rivoluzione religiosa e culturale che abbia come esito un islam pacifico e tollerante. Auspicio nobile quanto astratto, anche se espresso dal presidente egiziano il generale al-Sisi.1 Nel mondo i fedeli musulmani sono un miliardo e tra i caratteri dell’islam c’è una divisione interna secolare. Quand’anche fosse possibile la riforma pacificatrice auspicata, richiederebbe tempo. E intanto?

integrazione_knowledge.allianz.comLa partita si gioca in Europa e devono giocarla gli europei perché la novità da gestire è una società europea multietnica. Lo è già, non lo diventerà, quindi pensare a limitazioni, conflitti, muri è una perdita di tempo che aggrava la situazione. Invece di auspicare una riforma dell’islam, si deve immaginare e costruire un’Europa capace di rendere le diversità religiose e culturali una ricchezza. La Germania campione del mondo di calcio insegna. E ricordarsi anche che l’illuminismo, a cui tanti si richiamano in questi giorni, è un prodotto del Settecento, cioè di un contesto politico e sociale molto diverso da oggi. Quando Voltaire (1694-1778) proclamava di difendere a costo della vita la libertà di esprimere idee che lui non condivideva, in Francia c’era una monarchia assoluta — tra l’altro, François-Marie non pensava di sovvertirla. Il valore della libertà di espressione resta e non è in discussione, ma chi pensasse di attuare l’illuminismo di allora sarebbe un restauratore, non un rivoluzionario. Allora i problemi erano altri, la priorità non era la convivenza di diversità. Oggi la barricata è sull’integrazione.

Quando in Europa l’integrazione sarà un valore pari alla libertà d’espressione, potrà anche affermarsi un islam pacifico europeo — di cui, nonostante tutto, si intravedono i tratti — in grado di influenzare tutti i musulmani. Ci vuole sempre tempo, ma la via è questa. L’Europa vuole giocare la propria partita o aspettare i risultati che arrivano dagli altri campi? Vivere di un passato glorioso che non c’è più o costruire un tempo nuovo che lo sia altrettanto? Ci vorrebbe una marcia europea, di milioni di europei, manifestazione della coscienza e della fierezza di essere cittadini, tutti in strada per affermare una rinnovata e matura capacità di integrazione.

 

1 G. Ferrara, #JESUISNONSISACHI , in «Il Foglio.it», 9 gennaio 2015

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