Alexis Tsipras (euronews.com)Se fossi stato un greco ieri avrei votato per Syriza e per il suo leader Alexis Tsipras. Ugualmente nel 2012, alle presidenziali francesi, mi sarebbe piaciuto votare Hollande. Spero, tuttavia, che l’impegno di Tsipras abbia un esito migliore di quello del presidente francese, del quale si è indicato il fallimento già un anno e mezzo dopo l’elezione. Dico che avrei votato Hollande e poi Syriza non perché sia di sinistra — considero superate e nocive tali definizioni — ma per la critica da loro mossa alla politica economica europea degli ultimi anni, fatta solo di rigore. Non sono un avversario del rigore, al contrario lo considero un elemento del buon governo. Ma se rimane l’unico, se il rigore è il fine unico e ultimo di un governo allora è dannoso, distrugge economie e società.

Sono italiano, ma non ho votato per la sinistra di Vendola, né per la sinistra unita con Tsipras alle europee. Non l’ho fatto perché è sempre mancata la discontinuità con le esperienze politiche del passato. La sinistra italiana è ancora legata alla definizione, che dicevo considero superata e nociva. Volendo proprio conservare l’etichetta sinistra, essa non dovrebbe essere più una bandiera, non dovrebbe essere più quella bandiera, la bandiera issata nel Novecento ma che i fatti e l’epilogo di quel secolo — la storia quindi — ha ammainato. Non ho votato neanche per il Pd di Renzi, pur avendolo sostenuto fin dalle primarie del 2012, perse contro Bersani. Matteo Renzi è stato una speranza di discontinuità, che però ha deluso in gran parte, perché dice una cosa e ne fa un’altra oppure, nel migliore dei casi, parla senza dire. Su Renzi grava il peccato originale del trattamento riservato a Enrico Letta — lo sgambetto seguito al #LettaStaiSereno. Una tale premessa ha corroso la fiducia di tanti, perché se il governo Letta era una palude, il governo di Renzi è un minuetto grottesco di palazzo, che perpetua una politica noiosa e, soprattutto, inefficace.

La vittoria di Syriza e di Tsipras in Grecia fa ridestare l’attenzione e fa recuperare la fiducia, intanto nella politica, capace ancora di esprimere i sentimenti e la volontà popolare; poi anche nella possibilità di una nuova via per l’Europa. La speranza, ancora una volta, è che il vecchio continente inizi a essere davvero comunità di pari, sempre più unita nelle politiche da seguire, non solo nella moneta. In una comunità di pari non ci sono paesi virtuosi e paesi corrotti, ma risorse e problemi da affrontare con spirito comunitario, appunto, finalmente europeo. Tsipras non vuole portare la Grecia fuori dall’euro e fuori dall’Europa, chiede che la si consideri come una regione europea, non come un’appendice infetta. Quindi vuole ridiscutere il debito e i provvedimenti imposti negli ultimi anni dalla Comunità europea e dal Fondo monetario internazionale, che hanno prodotto disoccupazione, disagio, povertà, emigrazione. Non si può pensare alla Grecia e non si può governarla ignorando la realtà.

L’Europa unita davvero è il futuro della Grecia e di tutti gli alti paesi che la compongono. Europa non è sinonimo di austerità e di rigore, quindi non deve più esserlo neanche nei fatti. A quasi tre anni dalle ultime elezioni, la Grecia è tornata al voto e questa volta ha sconfitto la paura di cambiare. Questa volta la vittoria di Syriza e di Tsipras fa nuovamente della Grecia un’opportunità, per l’Europa, per la sinistra, per la politica. Le attese ci sono, ancora una volta. Spero di non dovermi ricredere, per l’ennesima volta.

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