Non provavo nessuna soddisfazione nel ritrovarmi in mezzo ai miei simili.

François

 

François è un professore universitario di Parigi, studioso ed esperto dello scrittore Joris-Karl Huysmans (1848-1907), parigino anch’egli, ma di un altro secolo. François è il protagonista, la voce narrante e la coscienza in cammino di Sottomissione, il romanzo di Michel Houellebecq, uscito in Francia il 7 gennaio scorso e in Italia il 15. Esattamente in cammino, coscienza in cammino, En route, come il titolo del romanzo di Huysmans del 1895. Perché Huysmans è il riferimento esistenziale di François, non solo l’autore oggetto degli studi di una vita, sebbene ancora giovane.

SottomissioneIn En route Huysmans ha scritto: «ho il cuore indurito e affumicato dai bagordi, non sono buono a niente». Queste parole introducono senza equivoci il racconto di François. Sottomissione è pervaso da un senso angosciante di disfacimento, che Houellebecq rende attraverso le insoddisfazioni del protagonista. La vita di François è un progressivo svuotamento, di interessi, di piacere, di senso. È una condizione che riguarda il lavoro, l’impegno intellettuale, il rapporto anche fisico con gli altri. «Non avevo mai avuto la minima vocazione per l’insegnamento», ammette François, eppure il suo lavoro è svolgere quella funzione nell’università di Parigi. L’unico vantaggio che ne trae è l’incontro con le studentesse. Esse sono la sua vita privata, sentimentale e sessuale. Con ciascuna il rapporto dura in genere il tempo di un corso di lezioni. François cerca il piacere con donne che hanno metà dei suoi anni perché le coetanee quarantenni sono avviate al disfacimento fisico, inesorabile e insostenibile. Dopo le numerose relazioni giovanili, chi non approda al rapporto stabile di coppia che può durare una vita, è condannato alla solitudine.

L’impegno intellettuale che giustifica la vita di François è la scrittura di articoli per riviste letterarie. «I miei articoli erano chiari, incisivi, brillanti». «Ma basta questo a giustificare una vita? E in virtù di cosa una vita ha bisogno di essere giustificata? La totalità degli animali e la schiacciante maggioranza degli uomini vivono senza mai provare il minimo bisogno di giustificazione.» ragiona François e conclude: «Almeno in quanto specialista di Huysmans, mi sentivo obbligato a fare un po’ meglio». Il disfacimento non è ineluttabile, deve esserci, pure flebile, una speranza. Huysmans era approdato alla religione, si era convertito al cattolicesimo.

Il disfacimento non riguarda solo François, come questione privata di una vita di insoddisfazioni. Si sgretola il contesto culturale e sociale in cui egli vive: Parigi, la Francia, l’Occidente. Sotto i suoi occhi e in ciò che più lo riguarda finisce un’epoca e ne inizia una nuova. Finalmente davvero un «secol novo», non solo annunciato e affatto temuto, ma delineato e argomentato senza cadere nell’ovvio. È il punto centrale di Sottomissione, il tema di maggiore interesse. Houellebecq supera le analisi del presente, ormai immobili e sterili; supera la protesta, diventata un genere e una militanza; si spinge a immaginare sviluppi possibili e a raccontare con grande coerenza e lucidità come potrebbe essere, come sarà. Nella Francia del futuro prossimo si afferma il partito della Fratellanza musulmana, confessionale ma tollerante. Alle elezioni presidenziali, il candidato del nuovo partito conquista il ballottaggio con la candidata del Fronte nazionale, ormai il primo partito. L’UMP — il partito di centro — e i socialisti creano allora un fronte repubblicano a difesa dei valori della Francia e dell’europeismo, e decidono di appoggiare il candidato della Fratellanza, contro l’estrema destra nazionalista. L’esito finale è la vittoria di Mohammed Ben Abbes, nuovo inquilino dell’Eliseo, nuovo presidente della Repubblica francese.

Ristorante libanese (tripadvisor.com)La vittoria di Ben Abbes ha rotto l’alternanza ritenuta democratica tra presidenti del centrosinistra e del centrodestra, «che tuttavia era poco più che una spartizione del potere tra due gang rivali». La vittoria di Ben Abbes ha messo in primo piano la sterilità e l’incapacità di decidere della politica francese tradizionale. Davanti all’alternativa tra l’estremismo reazionario e xenofobo del Fronte nazionale e la novità confessionale ma tollerante della Fratellanza musulmana, i partiti democratici — l’UMP e il Partito socialista —, hanno deciso di appoggiare Ben Abbes. I valori della Repubblica francese possono ancora essere affermati a condizione di accettare l’evoluzione sociale e culturale della Francia contemporanea. La storia è andata in una certa direzione e non si può ignorarlo. La difesa dell’identità e la costruzione del futuro passano per il riconoscimento della fine di un’epoca, cioè della fine di una certa idea di democrazia, della fine della stessa cristianità. Oggi la difesa della famiglia, dell’istruzione, della religione, della trascendenza è in mano all’islam.

Soumission e quindi Sottomissione sono nient’altro che una versione francese e una italiana della parola araba islàm. Islam vuol dire ‘abbandono, di sé alla volontà di Dio’, ma certo ‘sottomissione’ ha un’efficacia letteraria maggiore, oltre a rendere meglio il contenuto politico che c’è nella religione musulmana. Il romanzo di Michel Houellebecq avrebbe potuto intitolarsi Islam, sarebbe stato certo troppo esplicito e banale, ma non avrebbe mutato di nulla il senso del racconto.

Nelle parole e negli atti dei personaggi di Houellebecq si chiude il Novecento, inteso come opposizione sterile e strumentale di destra e sinistra, come secolo della socialdemocrazia, come tramonto della cristianità medievale. Gli ultimi sessantottini sono «mummie progressiste moribonde, sociologicamente esangui ma rifugiate nelle cittadelle mediatiche che continuavano a dar loro la possibilità di inveire contro i guasti dell’epoca». Che lo scriva un intellettuale francese fa un certo effetto. I fascismi rappresentano «un tentativo spettrale, da incubo e fallace di ridar vita a nazioni morte». La cristianità, estrema propaggine contemporanea del medioevo, era l’anima delle nazioni europee; senza di essa quelle nazioni e quindi quelle società sono «zombie». Sullo sfondo sempre Huysmans e la sua conversione alla religione cattolica.

La vittoria elettorale del musulmano Ben Abbes avvia cambiamenti notevoli nella società francese. Il più facilmente visibile riguarda l’abbigliamento femminile: «le donne erano tutte in pantaloni. … Si era diffuso anche un nuovo indumento, una specie di blusa di cotone, lunga fino a metà coscia». Spariti, com’è facile immaginare, i pantaloncini corti. Sparita pure la «feccia» nei centri commerciali e drasticamente diminuita la violenza nelle periferie. Sul fronte della cultura, a cui la Fratellanza musulmana tiene molto, è cambiato lo statuto dell’università: sono ammessi all’insegnamento solo docenti di religione musulmana. Per chi non abbraccia l’islam c’è la pensione, anche anticipata; anche all’età giovane di François, la cui vita da pensionato precoce sarebbe stata ancora più vuota. La prospettiva più realistica, a questo punto, sembrava il suicidio.

Vergine di Rocamadour (imagessaintes.canalblog.com)Eppure il presidente Ben Abbes non è un estremista e non è affatto un tiranno. Egli «desidera incarnare un nuovo umanesimo, presentare l’islam come forma compiuta di un umanesimo inedito, unificatore», «proclama il suo rispetto per le tre religioni del Libro», le tre religioni monoteiste: l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam. L’umanesimo di Ben Abbes non è letterario ma religioso, non guarda alla perfezione della classicità occidentale ma alla forza della fede. L’uomo artefice del proprio destino, che ha progressivamente escluso Dio dal proprio orizzonte, è il soggetto dell’umanesimo che dal Quattrocento, attraverso l’illuminismo, è giunto fino a oggi. «Tutto il dibattito intellettuale del XX secolo si era riassunto in un’opposizione tra il comunismo — la variante hard, diciamo così dell’umanesimo — e la democrazia liberale — la sua variante morbida». Entrambe le posizioni, sia il comunismo che la democrazia liberale, erano fondate sull’uomo; il Novecento si può riassumere in un’esaltazione assoluta dell’uomo, a cui basta se stesso nella società: un’immanenza definitiva, negazione di principio o di fatto di ogni trascendenza. L’ateismo filosofico da una parte, l’economia dei consumi dall’altra. È un umanesimo materialista che ha prodotto cadute rovinose, la cui tragicità è maggiore della gloria delle riscosse più appassionate. Il senso del romanzo di Michel Houellebecq è tutto nella critica dell’umanesimo ateo e materialista.

François è ateo e non riesce a immaginare la sua conversione all’islam. Ma è troppo giovane e intellettualmente valido per avere come prospettiva la morte. L’occasione per scuotersi arriva da una casa editrice che gli affida l’edizione delle opere di Joris-Karl Huysmans. François deve scrivere una prefazione, deve ripensare il ‘suo’ Huysmans.

Perché Huysmans si è convertito al cattolicesimo? Cosa cercava e cosa ha trovato nella conversione, nella religione? Certo «la sua dilezione estetica e quasi carnale per la liturgia cattolica trapelava da ogni singola pagina dei suoi ultimi libri; ma non faceva mai riferimento alle questioni metafisiche». Non c’erano in Huysmans «spazi infiniti». «Ai suoi occhi la vera felicità era un allegro pasto tra artisti e tra amici, un lesso di manzo con la salsina di rafano, accompagnato da un vino “onesto”, e poi una grappa di prugna e del tabacco, accanto alla stufa». Huysmans aveva trovato nella religione cattolica un contesto necessario, la vitalità di ogni altra singola cosa, pur piccola, della vita quotidiana. Ciò era stata per secoli, per oltre mille anni la cristianità medievale, mirabilmente rappresentata dalla Vergine di Rocamadour. «A furia di moine, smancerie e vergognosi strofinamenti dei progressisti, la chiesa cattolica era diventata incapace di opporsi alla decadenza dei costumi.» Si era condannata, in fine, «all’insignificanza».

È stanco François, stanco del vuoto in cui vive, stanco della solitudine, del girovagare, della mancanza di senso. Stanco in fondo di un ateismo non troppo riflettuto e di un umanesimo, di una esaltazione dell’uomo mai condivisa, ma praticamente sostenuta. Ripensato Huysmans definitivamente, ha scritto la prefazione in due settimane. È pronto, ora, François, all’abbandono, che gli restituirà l’insegnamento universitario, di nuovo le studentesse, la prospettiva della poligamia, forse una famiglia. Quasi un ritorno al consueto. Eppure tutto sarà radicalmente diverso, perché nuovo è il senso, nuovo e diverso il contesto. Ora François riesce a immaginare come potrebbe essere, come sarà.

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