Stamattina il presidente Mattarella ha giurato e rivolto al parlamento il discorso d’insediamento. Sergio Mattarella è uno studioso del diritto e, fino a ieri, giudice della Corte costituzionale — anche per questo è stato eletto. Era atteso, dunque, che al centro del suo discorso ci fosse la Costituzione. La cosa da sapere era come ci sarebbe stata; ciò avrebbe dato indicazioni sul Mattarella nuovo presidente della Repubblica.

Il professor Mattarella stamattina non ha tenuto una lezione di diritto, in senso accademico. Non ha vagheggiato un Paese ideale che però non c’è, non ha accentuato né velato. Ha indicato in modo diretto e quasi colloquiale cosa vuol dire garantire la Costituzione nella vita quotidiana degli italiani. Quali volti devono potersi riflettere «con fiducia» «negli uffici pubblici e nelle istituzioni» nazionali. Ha messo al centro del discorso la Costituzione, leggendola attraverso la realtà italiana di oggi. Così ha proposto una lettura e una rappresentazione efficace della realtà stessa tra le righe della Costituzione.

Questo conferma che Mattarella non è solo il nuovo presidente, ma anche un presidente nuovo e innovatore — e anche comunicatore. Tale si annuncia. Perché, come ho scritto sabato dopo l’elezione, il nuovo è sempre la capacità di leggere la realtà, di rappresentarla, di saper agire su di essa. L’azione seguirà, ma la premessa del discorso d’insediamento è buona.

Ne propongo alcune citazioni, con i miei commenti a margine.

Discorso Mattarella Foto_quirinale.it

Avverto pienamente la responsabilità del compito che mi è stato affidato.
La responsabilità di rappresentare l’unità nazionale innanzitutto. L’unità che lega indissolubilmente i nostri territori, dal Nord al Mezzogiorno.
Ma anche l’unità costituita dall’insieme delle attese e delle aspirazioni dei nostri concittadini.
Questa unità, rischia di essere difficile, fragile, lontana.
L’impegno di tutti deve essere rivolto a superare le difficoltà degli italiani e a realizzare le loro speranze.
Il discorso del presidente Mattarella si apre con una nuova definizione di unità nazionale, che è anche l’«insieme delle attese e delle aspirazioni» dei cittadini. Uniti nelle difficoltà, proprio dalle difficoltà, che quindi non devono dividere. Si è popolo anche perché si ha aspirazioni comuni, una meta comune. Di nuovo, l’ansia dell’attesa che si realizzi un’aspirazione deve unire e non dividere.
Dobbiamo saper scongiurare il rischio che la crisi economica intacchi il rispetto di principi e valori su cui si fonda il patto sociale sancito dalla Costituzione. Nelle difficoltà si tende a dimenticare i principi, a non osservare le regole. Invece il valore dei principi e delle regole deve essere testimoniato proprio quando costa di più. È il tratto distintivo dei giusti.
Esistono nel nostro Paese energie che attendono soltanto di trovare modo di esprimersi compiutamente.
Penso ai giovani che coltivano i propri talenti e che vorrebbero vedere riconosciuto il merito.
Il primo riferimento ai giovani, che sono le energie e i talenti del Paese. Mattarella dice, in modo garbato ma solenne, che in Italia il merito non è riconosciuto.
Penso alla Pubblica Amministrazione che possiede competenze di valore ma che deve declinare i principi costituzionali, adeguandosi alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie e alle sensibilità dei cittadini, che chiedono partecipazione, trasparenza, semplicità degli adempimenti, coerenza nelle decisioni. Un’altra affermazione garbata ma ferma: la frequente inadeguatezza e arroganza della Pubblica Amministrazione; che il presidente ha richiamato a «declinare i principi costituzionali».
Non servono generiche esortazioni a guardare al futuro ma piuttosto la tenace mobilitazione di tutte le risorse della società italiana.
Parlare di unità nazionale significa, allora, ridare al Paese un orizzonte di speranza.
Perché questa speranza non rimanga un’evocazione astratta, occorre ricostruire quei legami che tengono insieme la società.
L’unità nazionale non è chiacchiere retoriche, ma l’impegno quotidiano di tutti, perché a unire sia una comune speranza. Domanda: sono pronti gli italiani a tale impegno? Mattarella riconosce che bisogna «ricostruire quei legami che tengono insieme la società». Vuol dire che la strada è lunga, ma è quella giusta.
I giovani parlamentari portano in queste aule le speranze e le attese dei propri coetanei.
Rappresentano anche, con la capacità di critica, e persino di indignazione, la voglia di cambiare.
A loro, in particolare, chiedo di dare un contributo positivo al nostro essere davvero comunità nazionale, non dimenticando mai l’essenza del mandato parlamentare.
L’idea, cioè, che in queste aule non si è espressione di un segmento della società o di interessi particolari, ma si è rappresentanti dell’intero popolo italiano e, tutti insieme, al servizio del Paese.
Tutti sono chiamati ad assumere per intero questa responsabilità.
È il cuore del discorso di insediamento del presidente Mattarella. L’antipolitica contro cui la Repubblica si è impegnata a fare argine diventa «capacità di critica, e persino di indignazione», «voglia di cambiare». I giovani parlamentari, la cui maggioranza è del Movimento 5 Stelle, sono una risorsa anche perché capaci di indignarsi. La loro protesta non è un pericolo, bensì una risorsa: rappresenta «le speranze e le attese dei propri coetanei». Ai giovani non può essere attribuita la responsabilità del declino; essi, semmai, ne sono le vittime. L’indifferenza delle istituzioni di fronte alle loro difficoltà non gli lascia che l’indignazione e la protesta.
Ho risentito in questo passaggio un’eco del discorso di insediamento di Scalfaro: «Vorrei rivolgere una parola ai giovani, una parola di comprensione, di entusiasmo, di speranza; ma ho pensato che, se fossi un giovane, forse non l’ascolterei volentieri, Ed allora, siamo noi ad avere grave responsabilità perché i giovani non perdano la visione e la fede nei valori fondamentali dell’uomo.»
Mattarella, però, ha chiesto ai giovani parlamentari — perché la situazione di oggi è diversa — di non trasformare l’indignazione in sentimento di parte, in contrapposizione fine a se stessa, in espressione di interessi particolari; di non fermarsi all’indignazione e alla protesta. Tutti i parlamentari sono «rappresentanti dell’intero popolo italiano e, tutti insieme, al servizio del Paese».
Condizione primaria per riaccostare gli italiani alle istituzioni è intendere la politica come servizio al bene comune, patrimonio di ognuno e di tutti.
È necessario ricollegare a esse quei tanti nostri concittadini che le avvertono lontane ed estranee.
La democrazia non è una conquista definitiva ma va inverata continuamente, individuando le formule più adeguate al mutamento dei tempi.
Bisogna «riaccostare gli italiani alle istituzioni» perché evidentemente ne sono stati e se ne sono allontanati. È la constatazione di un dato di fatto. Per farlo bisogna tornare a «intendere la politica come servizio al bene comune» e adeguare la democrazia «al mutamento dei tempi». Perché né la politica come bene comune, né la democrazia in se stessa sono conquiste definitive, ma processi sempre in atto, cioè sempre a rischio di degenerare nei loro contrari. La necessità di adeguare la democrazia «al mutamento dei tempi» è uno degli spunti più interessanti del discorso del presidente Mattarella.
Vi è anche la necessità di superare la logica della deroga costante alle forme ordinarie del processo legislativo, bilanciando l’esigenza di governo con il rispetto delle garanzie procedurali di una corretta dialettica parlamentare. Ed è arrivata anche la bacchettata alla fretta e all’efficientismo di Matteo Renzi e del suo governo, che abusa della decretazione d’urgenza e troppo spesso chiede al parlamento fiducie in bianco.
La garanzia più forte della nostra Costituzione consiste, peraltro, nella sua applicazione.
Nel viverla giorno per giorno.
La Costituzione non è un’opera da ammirare, ma regole da seguire. Ogni giorno. Nei tempi sereni e nelle difficoltà.
Per sconfiggere la mafia occorre una moltitudine di persone oneste, competenti, tenaci. E una dirigenza politica e amministrativa capace di compiere il proprio dovere. Nelle parole di Mattarella c’è una definizione implicita ma fondamentale di mafia. Mafia è disonestà, incompetenza, malleabilità; è una dirigenza politica e amministrativa che non compie il proprio dovere. Mafia non è solo coppola e lupara, non è solo bombe e stragi. Mafia è una condizione, una prassi, una convinzione che può riguardare tutti, proprio tutti.
Il sentimento della speranza ha caratterizzato l’Europa nel dopoguerra e alla caduta del muro di Berlino. Speranza di libertà e di ripresa dopo la guerra, speranza di affermazione di valori di democrazia dopo il 1989.
Nella nuova Europa l’Italia ha trovato l’affermazione della sua sovranità; un approdo sicuro ma soprattutto un luogo da cui ripartire per vincere le sfide globali. L’Unione Europea rappresenta oggi, ancora una volta, una frontiera di speranza e la prospettiva di una vera Unione politica va rilanciata, senza indugio.
Non poteva mancare l’Europa. Il riferimento, però, non è di circostanza. L’Europa è indicata come luogo della speranza «di affermazione di valori di democrazia». La democrazia non solo in Italia è un processo sempre in atto. La frontiera ideale dell’Europa è una maggiore unione politica, che vuol dire progressiva cessione di sovranità dei singoli stati membri.
Per la nostra gente, il volto della Repubblica è quello che si presenta nella vita di tutti i giorni: l’ ospedale, il municipio, la scuola, il tribunale, il museo.
Mi auguro che negli uffici pubblici e nelle istituzioni possano riflettersi, con fiducia, i volti degli italiani … .
La conclusione del presidente Mattarella ha dato altri elementi che caratterizzano l’intero discorso. La Repubblica italiana non è solo i palazzi e gli uomini della politica e delle istituzioni, ma i luoghi quotidiani in cui i cittadini vivono le loro difficoltà e le loro speranze. Il volto della Repubblica è anche un museo. Quindi anche una biblioteca, un archivio, un’accademia. È un riconoscimento alla cultura troppo spesso svilita dalla Repubblica dei palazzi della politica e delle istituzioni. Dal Mattarella che ha indicato anche nei musei il volto della Repubblica mi aspetto attenzione e interventi perché quel volto sia davvero e più visibilmente decoro, orgoglio, fondamento comune.
Questi volti e queste storie raccontano di un popolo che vogliamo sempre più libero, sicuro e solidale. Un popolo che si senta davvero comunità e che cammini con una nuova speranza verso un futuro di serenità e di pace.
Viva la Repubblica, viva l’Italia!
Gli italiani devono sentirsi più comunità, oltre ogni divisione e particolarismo. Una sfida difficile, che Sergio Mattarella si è dato a sigillo del proprio insediamento.
Auguri Presidente.

Mattarella saluta_@nonleggerlo
Discorso di insediamento del presidente Mattarella (testo integrale)

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