Siamo al 25 aprile 2015, giorno del settantesimo anniversario della Liberazione. Dopo aver ripercorso in un altro articolo la cronologia essenziale dei fatti accaduti dalla metà del 1943 al 25 aprile 1945, è tempo di cogliere la lezione di ciò che è stato in quegli anni. È tempo di cercare, in definitiva, il senso più autentico delle celebrazioni di quest’anno.

Liberazione di Roma, 4 giugno 1944 (raiscuola.rai.it)La Resistenza e la Liberazione hanno avuto diverse interpretazioni, ciascuna delle quali ha un presupposto ideologico e politico che ne indica un aspetto o una implicazione, funzionali a un progetto o a una militanza. Ciò non sminuisce Resistenza e Liberazione, semmai ne afferma con forza l’essere inizio, nuovo inizio nella storia d’Italia. Vuol dire che la guerra di liberazione non è un oggetto del passato da conservare e mostrare in un museo, ma un complesso di valori e di azioni vivo e vitale lungo settant’anni.

Lo ha scritto il Presidente delle Repubblica Sergio Mattarella, in alcune considerazioni sulla Resistenza per la rivista MicroMega: «Negli scorsi decenni si è aperto un grande dibattito storico-politico sulla Resistenza … . Non sono mancate asprezze di toni e prese di posizione esorbitanti, che comunque attestavano (e attestano ancora oggi) quanto fondamentale e cruciale sia il tema della Resistenza nella vita della nostra nazione.» Considerato che la guerra di Liberazione è l’embrione da cui nata la Repubblica italiana, è opportuno fare riferimento alle parole di Mattarella nel cogliere la lezione di quanto accaduto settant’anni fa.

La Resistenza è stata indicata come secondo Risorgimento, come guerra civile, come mito fondativo della nazione italiana. Vedere in essa un secondo Risorgimento ha inteso collegare la guerra di liberazione alle vicende che nel 1861 hanno portato all’unità d’Italia. La nazione nata dal pensiero e dalle azioni dei patrioti dell’Ottocento è rinata dai valori e dagli atti dei partigiani del Novecento. Dalle camicie rosse di Garibaldi, ai fazzoletti rossi della Brigata Garibaldi. Ineccepibile. Richiamare il Risorgimento, però, eccepisce su un altro aspetto: il coinvolgimento popolare. Chi ritiene l’unità d’Italia un processo elitario che ha riguardato poco o nulla il popolo, indica nella Resistenza il vero Risorgimento italiano, essendo stata la guerra di liberazione guerra di popolo. I presupposti ideologici e politici di tale posizione definirebbero il Risorgimento per l’unità un fatto borghese, la Liberazione una conquista proletaria. Ma su questi aspetti non mi fermo. La Resistenza è stata certamente moto popolare, ma è anche vero che ha riguardato una parte del territorio nazionale e quindi una parte di popolazione. L’Italia meridionale non ha subito l’occupazione dei tedeschi e quindi non ha vissuto la guerra di liberazione se non attraverso le migliaia di meridionali che hanno combattuto al nord.

La Resistenza è stata indicata anche come guerra civile. Si tratta di una definizione che mette in primo piano l’aspetto tragico di uno scontro tra cittadini della stessa nazione. È un dato di fatto e quindi su di esso non si dovrebbe discutere, se non fosse che la Resistenza come guerra civile tende a mettere sullo stesso piano le due parti in lotta, partigiani e fascisti. Ha scritto Mattarella: «La ricerca storica deve continuamente svilupparsi, senza fermarsi davanti a miti o stereotipi. Il senso di umanità può consentire di provare pietà per i morti della parte avversa, senza pericolose equiparazioni.» La guerra di liberazione dai nazifascisti è stata guerra civile e ciò è un aspetto della sua tragicità. Ma partigiani e fascisti non sono la stessa cosa, non possono e non debbono essere posti sullo stesso piano, che sia storico, politico, etico. La Resistenza e la Repubblica che da essa è nata sono antifasciste. Qualsiasi posizione che lo sfumasse o lo negasse sarebbe un falso clamoroso.

La discussione, invece, è aperta su un altro aspetto legato all’idea della guerra civile, cioè se l’Italia è stata fascista oppure se è stata vittima del fascismo. È il tema del consenso al regime di Mussolini e dell’opportunismo seguito alla sua caduta o dell’opportunismo che a tanti italiani avrebbe fatto indossare la camicia nera nel ventennio e toglierla d’un tratto al suo epilogo, dopo la notte del 25 luglio 1943. Mattarella: «La guerra, con le sue sorti rovinose, fece aprire gli occhi a molti italiani e costituì il motore di un sentimento generalizzato di rifiuto e di rivolta, che si accentuò fortemente dopo l’8 settembre e l’occupazione nazista dell’Italia.» Se non fu consenso fu occhi chiusi. In ogni caso, il fascismo è stato un fatto italiano, ancora in piedi, sia pure barcollante, dopo la caduta del regime. Chi rimase fedele al duce fece di tale fedeltà una «mistica del terrore e della morte» — sono parole di Mattarella. Ne scaturì un accanimento estremo contro i propri connazionali che ha reso quegli anni di storia italiana tragici per le vittime, miserabili per i carnefici.

La Resistenza vero Risorgimento nazionale, la Resistenza guerra di popolo, la Resistenza guerra civile tra fazioni di diversa sostanza morale è di fatto mito fondativo della nazione italiana, senza ulteriori pronunciamenti. Il mito, però, è trasfigurazione, è retorica e nel tempo può diventare conformismo. Al di là dell’esaltazione di aspetti reali della guerra di liberazione, essa è atto da cui nasce una nuova Italia. Ha scritto ancora Mattarella: «La sofferenza, il terrore, il senso d’ingiustizia, lo sdegno istintivo contro la barbarie di chi trucidava civili e razziava concittadini ebrei sono stati i tratti che hanno accomunato il popolo italiano in quel terribile periodo.»

Si vede, a questo punto, il senso del settantesimo anniversario della Liberazione, la lezione di ciò che è stato. Mattarella: «La Resistenza, prima che fatto politico, fu soprattutto rivolta morale. Questo sentimento, tramandato da padre in figlio, costituisce un patrimonio che deve permanere nella memoria collettiva del Paese.» La Resistenza è il rifiuto del fascismo, che esso si reggesse sul consenso o sull’opportunismo. È il rifiuto dell’autoritarismo, della negazione della libertà, del razzismo, della violenza che ne scaturisce. La guerra di Liberazione, prima che cacciata dei tedeschi, è lotta contro un modo di essere italiani. Questo il senso più autentico della Resistenza come guerra civile. Una guerra di liberazione combattuta da tanti italiani — quindi si, guerra di popolo — contro un nemico che gli stessi italiani avevano generato.

Mattarella e partigianiPerché lo spirito della Resistenza e l’entusiasmo della Liberazione non si disperdessero sono stati fissati nelle parole della Costituzione. Mattarella: «Ai padri costituenti non sfuggiva il forte e profondo legame tra la riconquista della libertà, realizzata con il sacrificio di tanto sangue italiano dopo un ventennio di dittatura e di conformismo, e la nuova democrazia, nata dalle macerie di una guerra terribile e devastante.» La Costituzione non è un mito — non lo deve essere — e quindi non è intoccabile, ma il suo spirito ha rappresentato e rappresenta — Mattarella — «il capovolgimento della concezione della concezione autoritaria, illiberale, esaltatrice della guerra, imperialista e razzista che il fascismo aveva affermato in Italia, trovando, inizialmente, l’opposizione — spesso repressa nel sangue — di non molti spiriti liberi.» La Costituzione è necessaria perché, «inizialmente, l’opposizione» accade che sia di pochi.

La lezione della guerra di Liberazione è che a volte il nemico è una parte di sé, quindi il senso delle celebrazioni dell’anniversario è ricordare per vigilare su se stessi, per evitare che la società italiana produca nuovi conformismi, nuovi opportunismi, nuove privazioni di libertà e di dignità. Alla fine dell’anno scorso è stato pubblicato il libro Cento passi ancora. L’autore è Salvo Vitale, amico di Peppino Impastato, vittima della lotta alla mafia. Mi piace concludere ricordando quella figura, quelle figure, che una Resistenza, dopo la Resistenza dei partigiani, hanno vissuto e vivono nell’Italia meridionale. Resistenza contro le mafie, contro l’assistenzialismo, contro il conformismo. Perché la Resistenza come «rivolta morale» continua. Perché il nemico più pericoloso è sempre quello che abbiamo a cento passi.

Buon 25 aprile!

 

Piccola bibliografia di racconti e di studi sulla Resistenza

I. Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Mondadori, 2014 (prima ed. 1947)
B. Fenoglio, Una questione privata, Einaudi, 2014 (prima ed. 1963) e Il partigiano Johnny, Einaudi, 2014 (prima ed. 1968)

G. Bocca, Partigiani della montagna, Feltrinelli, 2005 (prima ed. 1945) e Storia dell’Italia Partigiana, Feltrinelli, 2012 (prima ed. 1966)
I. Montanelli-M. Cervi, L’Italia della guerra civile. 1943-1946, Rizzoli, 1983
G. Pansa, Il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer, 2003

G. De Rosa, Antifascismo e Resistenza, Ares, 1966
C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, 2006 (prima ed. 1991)
R. De Felice, Intervista sul fascismo, Laterza, 1997
S. Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Einaudi, 2004
S. Peli, Storia della Resistenza in Italia, Einaudi, 2006

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