secolnovo.it.Renzi.MontesquieuUna questione è tra le righe del dibattito politico italiano, da oltre due anni: l’Italia è nelle condizioni di sostenere un processo democratico di riforme? Cioè, in Italia il cambiamento può attuarsi nei paletti della democrazia parlamentare? Sempre che in Italia la democrazia sia reale e non solo teorica. La qual cosa sembrerebbe essere un’altro discorso e invece è una premessa della questione iniziale. Perché se la democrazia italiana è in crisi — diciamo così — come può un processo di riforma attuarsi al suo interno? Oppure, ancora, come può una democrazia in crisi riformare democraticamente se stessa?

È il tema dell’uomo forte, cioè della forzatura delle regole democratiche, come condizione necessaria per riformare il Paese, nelle sue strutture istituzionali, politiche e sociali. L’uomo forte è necessario o si può fare senza? La storia italiana dall’unità in poi dice che la via d’uscita da un immobilismo politico e sociale è stata più di una volta l’accantonamento della democrazia. Il caso emblematico è il fascismo, il più vistoso e il più profondo. Esso, però, è un fatto del passato il cui richiamo oggi può creare difficoltà ulteriori. L’aggettivo fascista ha una connotazione storica precisa che lo rende estraneo al dibattito attuale. Può semplificare, ma anche confondere — effetto prodotto tante volte dalla semplificazione.

Dicevo che in Italia la questione se cambiamento e democrazia possano stare insieme si pone di fatto da oltre due anni, cioè dalle elezioni politiche del febbraio 2013. Non che prima, negli anni precedenti o in altri periodi, non se ne sia discusso, ma solo in quelle elezioni c’è stata una spallata vera e propria al sistema, cioè il successo del Movimento 5 Stelle. Il quale non vuole abbattere la democrazia, ma tutto il resto, col rischio reale che a cadere poi, nella confusione, sia anche la democrazia. Ho definito a suo tempo la vittoria elettorale del M5S come la presa della Bastiglia, cioè l’entrata in parlamento di una nuova opposizione radicale al sistema, un fatto simbolico a cui doveva seguire la vera e propria azione di cambiamento, riformatrice o rivoluzionaria. E non era detto che a condurla sarebbero stati i nuovi giovani deputati a cinque stelle: la rivoluzione dà, la rivoluzione toglie. I sanculotti prendono la Bastiglia, i Danton guidano il processo rivoluzionario, secondo l’immagine della Rivoluzione francese che ho utilizzato due anni fa. In ogni caso, l’Italia era avviata verso cambiamenti più o meno profondi, che per l’immobilismo italiano degli ultimi decenni sarebbero stati senz’altro una rivoluzione.

Il M5S ha fatto tremare il sistema che è subito corso ai ripari, prima con il governo di Enrico Letta, un tentativo riformista, condotto dall’interno; poi con Matteo Renzi, un sindaco, il rottamatore, l’ultima spiaggia. In una parola: un rivoluzionario. Non poteva e non doveva essere lieve la sua azione. L’Italia del 2013 era un Paese in profonda crisi economica, politica, istituzionale e sociale, pronta ad affidarsi al primo capace di rappresentare una novità radicale ma credibile e possibile. Come altre volte nella sua storia, l’Italia di due anni fa era delusa dalla sua classe dirigente fino all’avvilimento e quindi passiva e disorientata. Classe dirigente di governo e di opposizione, nazionale e locale, economica e sindacale. Renzi lo spregiudicato si è trovato al posto giusto nel momento giusto e si è preso la guida del Paese, con il moto di palazzo che ha mandato a casa Letta e con lo sberleffo dello #staisereno.

Quale poteva essere il seguito di simili premesse?

Il M5S è stato sostenuto e votato per dare una spallata al sistema, per abbattere non per costruire. Era una consapevolezza chiara, finto sorprendersi ora degli esiti. L’attacco del M5S è stato rivolto alla politica che non decide, alla burocrazia che blocca, agli stessi meccanismi della democrazia rappresentativa: la questione iniziale se nell’Italia attuale cambiamento e democrazia parlamentare possono stare insieme non è oziosa. Il successo dei cinque stelle ha creato le condizioni che hanno portato Matteo Renzi al governo — loro malgrado. È un fatto. In tal senso la missione dei cinque stelle è compiuta. Di fronte al rischio della loro antipolitica, è prevalsa la politica rottamatrice di Renzi. Due frutti della deriva italiana dell’ultimo quarto di secolo, emblemi dell’Italia di oggi, l’Italia che cambia.

Italicum: Camera, ok definitivo al testo, 334 sìIl segno ultimo del prevalere di Renzi è la nuova legge elettorale, l’Italicum, che ha ricevuto ieri alla Camera il voto favorevole definitivo.1 A volerla è stata la sola maggioranza di governo, neanche intera, perché la minoranza del Partito Democratico — il partito di Renzi — ha votato contro. Non solo. In alcune votazioni, sempre alla Camera, il governo ha posto il voto di fiducia, cioè ha legato le proprie sorti all’approvazione della legge. Era successo solo altre due volte nella storia d’Italia: nel 1923 con la legge fascista di Giacomo Acerbo e nel 1953 con la legge detta ‘truffa’ — ma il riferimento con maggiori analogie è quello col fascismo. Perché è raro e desta preoccupazione legare il governo alla legge elettorale? Perché la legge elettorale è una delle regole fondamentali della vita politica di un Paese e le regole in democrazia devono essere condivise, non decise e imposte da una parte.

La legge elettorale Italicum prevede un premio di maggioranza — il 54% dei seggi, 340 su 630 — per il partito, non per una coalizione, che al primo turno raggiunga il 40%. Se al primo turno nessuno arriva a quella soglia, i primi due partiti più votati si ripropongono al ballottaggio e chi vince conquista la Camera e il governo del Paese. I deputati sono in parte eletti, in gran parte nominati dai partiti.2 Essere nominati dal partito annulla il principio di rappresentanza popolare e rende dubbia l’indipendenza del deputato, sancita dalla Costituzione (art. 67).3 A questa legge elettorale si affiancherà la riforma istituzionale, che vuole abolire il Senato come seconda camera legislativa e quindi, con esso, il sistema bicamerale. La Camera dei deputati sarà l’unico organo legislativo, consegnato dall’Italicum al partito che vince le elezioni e governa. Di fatto, il potere esecutivo e il potere legislativo saranno nelle mani di una sola persona. È la fine della democrazia parlamentare italiana. E anche del gioco di analogie con la Rivoluzione francese, che voleva attuare la divisione dei poteri non la loro unificazione, secondo la teoria di Charles-Louis de Montesquieu (1689-1755). Altri tempi, altre esigenze?

Per alcuni la legge elettorale Italicum è l’inizio di una dittatura, per altri — più realisticamente — è solo il tentativo di superare l’immobilismo in cui è ridotto da anni il parlamento e con esso il Paese. Di certo è una tappa importante del cambiamento, il frutto più concreto del decisionismo spregiudicato di Matteo Renzi, una novità vera per l’Italia repubblicana. Uno scatto in avanti, un salto nel nuovo che il tempo dirà se ha contenuti.

 

1 Renzi incassa Italicum ma ‘pesano’ i 61 contrari, in «ANSA.it», 4 maggio 2015
2 G. Innamorati, Italicum, da capilista bloccati a entrata in vigore ecco cosa prevede la riforma della legge elettorale, in «ANSA.it», 6 maggio 2015
3 Costituzione della Repubblica Italiana, Articolo 67
Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.

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