Cito spesso una frase di Gabriele De Rosa perché è una sintesi efficace di cos’è la Calabria: «una fede profonda, tanto satura di storia, da rimanerne fuori.»1 Dove la fede può indicare non solo la religiosità, ma lo spirito inteso nel senso più ampio, il mondo interiore, le idee, i sentimenti, l’immaterialità tanto reale della vita degli uomini. De Rosa ha scritto quelle parole per dire che la fede, i santi e le Madonne, a cui i calabresi si sono aggrappati nei secoli per difendersi «dai pericoli che venivano dal mare», sono stati una barriera innalzata pure di fronte alla modernità, un muro invalicabile da opporre ai cambiamenti, all’evoluzione, alla storia stessa. Un argine interiore che ha tenuto la Calabria fuori dalla storia — «una fede profonda, tanto satura di storia, da rimanerne fuori.»

locandina Anime nereHo ripensato a De Rosa quando ho visto il film di Francesco Munzi Anime nere, tratto dal romanzo omonimo di Gioacchino Criaco, del 2008. Venerdì scorso il film di Munzi ha vinto nove David di Donatello — miglior film, regista, canzone originale, produttore, fonico di presa diretta, fotografia, montatore, sceneggiatura, musicista.2 Praticamente un trionfo, del tutto meritato, ancora più importante se si considera la natura tecnica di gran parte dei David. Accostare qui il film alle parole di De Rosa è un ulteriore piccolo tributo al soggetto e alla regia, efficaci nel rappresentare la Calabria, come la frase dello storico.

Tre fratelli, il padre ucciso — «Assassinato un pastore d’Aspromonte. Lite per un riscatto» è il titolo di un articolo nel ritaglio di un giornale. Traffico di droga, armi nascoste e armi impugnate, Milano, la locride. Pastori e imprenditori del crimine, capre sgozzate e soldi, sangue e omertà. Anime nere è un percorso che dalla superficie conduce al fondo, un labirinto al contrario. Rustico, come l’esterno di tante case calabresi, ma rifinite e curate, ricche all’interno. Retaggio bizantino? Delle chiese spoglie fuori e policrome dentro. O piuttosto assenza di comunità, di società civile, di decoro civico?

Il punto di arrivo di un labirinto percorso al contrario è un muro, nessun passaggio oltre. Ti devi fermare, tutti devono fermarsi, tutti si fermano. Si ferma anche la storia. Un budello stretto e cieco, come le interiora delle capre sgozzate e squartate. Le capre uccise segno di festa, la morte che danza con la vita. Il muro che l’etnologia chiama cultura ancestrale, una delle semplificazioni di certe -logie. Salta fuori sempre la cultura ancestrale quando si parla di Calabria, perché tanta Calabria ancora oggi è su quel muro. La morte è il solo modo per oltrepassarlo. La morte di cui è intessuta la vita. La morte come un fischio alle capre, per tenerle sulla via che ha deciso il pastore. La morte come unica via per la serenità.

Il film di Munzi è recitato in dialetto, l’argine linguistico, la lingua e il linguaggio segni dell’identità. Tre fratelli, il padre ucciso, l’ombra della ‘ndrangheta, su tutto. La ‘ndrangheta su quel muro perché non sia scalfito. Non parla in dialetto la moglie di Rocco, il medio dei fratelli, imprenditore delle costruzioni, riciclatore dei soldi della droga, moderato, almeno finché tutto precipita. «Siete così lontani.» dice lei alla cognata. «Lontani? La verità è che ci avete abbandonato.» è la risposta. Si, lontani, talmente lontani da essere altro, incomprensibili e non solo per il dialetto. Ma anche abbandonati, lontani e abbandonati. Lontani perché abbandonati, troppo distanti dall’uscita per essere guidati, orgogliosi e impauriti per tornare indietro.

Tre fratelli, il padre ucciso, l’illusione di una vita normale, accarezzata da Luciano, il maggiore, pastore silenzioso, in mezzo alle capre e alle ferite di famiglia. Fa finta di non vivere nel «disastro morale seguito alla distruzione della società contadina» (Ilario Ammendolia).3 Ma il figlio Leo non è come lui, vuole agire, vuole reagire, vuole rispetto. Somiglia allo zio Luigi, il minore, brillante e di successo, trafficante di droga, in azione a Milano e in Olanda, in competizione con la ‘ndrangheta che ha ucciso il padre. Quando Luigi ha fame vuole carne di capra, quando è in Calabria sgozza lui stesso la capra da mangiare. E la festa ha inizio, la morte danza con la vita.

Anime nere fotogramma 1 200pxAnime nere sembra un film documentario, nel senso più alto di rappresentazione fedele della realtà. Infatti, uno dei nove David di Donatello vinti è stato assegnato per il fonico di presa diretta. Non è neorealismo, non ci sono canoni estetici. Il film è una raffigurazione, una grande raffigurazione. Il soggetto è tratto da un romanzo, è letteratura che diventa cinema, immagini, azione. Non c’è descrizione o analisi, se non nei volti, nei silenzi, nell’ermetismo del dialetto, nella successione dei fatti. Un ottimo lavoro di scrittura per nascondere la scrittura, la sceneggiatura come il trucco del prestigiatore: c’è ma non deve vedersi. Cinema che potrebbe essere il teatro migliore: finzione che sul palcoscenico diventa realtà.

Luciano, Rocco, Luigi — Fabrizio Ferracane, Peppino Mazzotta, Marco Leonardi. Tre fratelli, un equilibrio perfetto, anche quando tutto precipita. Tre attori, tre colori della grande raffigurazione: il cupo, il tenue, l’acceso. L’ispettore Fazio del commissario Montalbano che fa il criminale — Peppino Mazzotta, attore di teatro — merita un’ulteriore citazione. Tre fratelli, il padre ucciso, nessuno spiraglio. La Calabria di Munzi e Criaco è senza speranze e senza illusioni. Non è la locride di Ilario Ammendolia. Le somiglia solo per la tristezza, che accomuna il film, il romanzo e il saggio; la raffigurazione, il racconto, l’analisi. Anime nere è una tragedia, scarna, sublime, antica. Prende per mano e porta a sbattere contro il muro in fondo al labirinto. Nient’altro. Il resto ha un senso quando si procede all’inverso. Ma forse questa non è la realtà calabrese o non è tale da essere notata.

 

1 G. De Rosa, Tempo religioso e tempo storico. Saggi e note di storia sociale e religiosa dal medioevo all’età contemporanea, vol. III, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1998, p. 202
2 F. Gallo, David: ‘Anime nere’ sbanca, ma il mattatore è Tarantino, in «ANSA.it», 13 giugno 2015
3 I. Ammendolia, Lettere dalla Locride, Sensibili alle foglie, 2014, p. 48

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