Essere un’assenza.
Di una vita, di tante vite sembra resti il sonoro.
L’abbandono e il disfacimento e la natura protagonista.
Legame, legami, contemplazione del ricordo che scompare.
Frequenza fantasma, senza emittente, priva di luogo e di tempo.

Chiara Ambrosio (@ChiaraAmbrosio)Ci sono schegge di Meridione italiano dove la memoria convive col quotidiano come il cadavere di un caro estinto tenuto in casa dalla famiglia. Legami che diventano assuefazione. Ci sono schegge di Meridione italiano dove il quotidiano convive col disfacimento. Come se fosse normale. La natura che si riprende lo spazio sottrattole dagli uomini nei secoli diventa spettacolo. Lo spettacolo degli oggetti, dei manufatti sul filo lungo dell’equilibrio tra l’essere ancora e il non essere più, condizione in cui degradano o degraderanno un poco ogni giorno. Gli spettatori sono indigeni immobili, degradanti col contesto, e stranieri curiosi, forse bramosi anch’essi del nulla. Un nichilismo della prassi, sottile e maliardo, il più tenace alleato della vegetazione in assetto da riconquista.

La memoria e le radici sono il cuore. Senza il cuore non c’è vita. Ma la memoria e le radici devono essere riconosciute e accolte, devono essere pensate come organo vitale. Le radici degli alberi sono spesso sculture naturali, legno nodoso dalle forme più varie. Sanno raccontare se c’è ascolto, sono raffigurazioni se raccolte e osservate invece di essere prese a calci per sgomberarne il cammino. Bisogna saper vedere nel legno nodoso e contorto. Saper vedere dove nessuno vede. «Beati sono quelli che vedono il bello in posti semplici e umili dove gli altri non vedono nulla». È Camille Pissarro, il pittore francese tra i maestri dell’Impressionismo.

Chiara Ambrosio ha saputo vedere in una scheggia di Calabria il legame tra quotidiano e memoria diventare contemplazione del disfacimento, gusto dell’orrido. La giovane regista, calabrese di origine e londinese di domicilio, lo ha fatto con La frequenza fantasma, suo primo lungometraggio, presentato l’8 gennaio scorso a Londra, in prima mondiale alla Whitechapel Gallery, tempio internazionale dell’arte contemporanea.

Il film è una pregevole successione di immagini, di sonoro in presa diretta, di musiche anche originali, composte da Bird Radio. L’insieme è capace di evocare con grande efficacia narrativa. È un’opera d’arte frutto di ciò che lo sguardo antropologico di Chiara Ambrosio ha colto e osservato. Non denuncia, nonostante il tema, perché l’arte rappresenta proiettando fuori dal tempo. L’arte è astrazione. Scuote piuttosto, mostrando la realtà senza equivoci, alla cecità e all’assuefazione più ostinate. Al bello di Pissarro si sostituisce naturalmente il vero. La beatitudine ne è accresciuta.

Il sonoro è il vero protagonista del film, in piena coerenza col titolo. Indica la natura come padrona del luogo, che tutto avvolge e dal cui suono costante tutto il resto deve emergere e ricavarsi la possibilità di ascolto. Le campane a scandire il tempo che passa, uniche in grado di competere davvero con i suoni e le scansioni temporali della natura. Un lento fluire, un lento disfacimento, delle cose e delle case. La voce degli uccelli è il sonoro della riconquista di territorio in cui è impegnata la vegetazione muta. La vera scansione del tempo è il suo accrescere inesorabile.

In tante schegge di Calabria la vegetazione si insinua fin nelle vite degli individui, per uniformarle a sé, ai suoi ritmi, ai suoi bisogni. Il terreno adatto è l’illusione che il disfacimento del contesto non riguardi il singolo. Ma soprattutto, che il disfacimento sia un fatto fisico, delle case e delle cose. La frequenza fantasma si apre e si chiude con immagini di religiosità popolare. Religione come espressione dello spirito, come traccia profonda e fresca della dimensione interiore, personale e della comunità. La religione, però, e con essa i tratti fondamentali della dimensione interiore, arriva dal passato, come le cose e le case in disfacimento. Così, come di tante vite sembra resti il sonoro, della religiosità popolare rimangono segni avviati all’indecifrabilità. Fantasmi, di un passato con cui il legame, per quanto sentito e proclamato, è fantasma esso stesso. Passato inteso non come conoscenza storica, ma come identità e consapevolezza.

La frequenza fantasma 1 (chiaraambrosio.wordpress.com)

Tanta Calabria è colpita dal dissesto idrogeologico, a cui è imputato il disfacimento delle case e delle cose. Ma prima del territorio, è il mondo interiore degli individui a essere attraversato da crepe e fratture. Zolle ruvide di interiorità si muovono in contrasto, lente o tumultuose. Si scontrano l’essere o l’essere stati con il voler essere, ma anche il voler essere con la presunta neutralità dei percorsi per arrivarci. Restano aperti i conti col passato, con cui il legame è come una catena. Una volontà senza fondamenta diventa presto illusione, cammino inesorabile verso il nulla. In tal senso sarebbe riduttivo se non errato considerare La frequenza fantasma un film sul ricordo e la memoria o, peggio, sulla nostalgia, sul legame degli emigranti con la propria terra. L’opera è la rappresentazione artistica di ciò che il rapporto e il legame con la terra d’origine e con la memoria possono produrre, attraverso l’osservazione di ciò che hanno prodotto in un frammento di Calabria. C’è il ricordo, come sfera personale; la memoria, come elaborazione collettiva; anche la nostalgia, ma in uno sguardo antropologico che osserva e rappresenta artisticamente il vero anche problematico. Le parole della canzone finale di Bird Radio «Non è tardi per tornare da me» non sono dell’amante o della terra d’origine rivolte a chi è lontano, ma piuttosto a chi, vicino o lontano, ha scelto di gustare l’orrido e di vegetare invece di vivere.

Il primo lungometraggio di Chiara Ambrosio è arte perché astrazione evocativa e narrante, armonia di suono e immagini, forma che è pure contenuto. Cultura, nel senso più alto e puro del termine, capace di espressione ovunque ci sia attenzione desta. L’arte si rivolge all’umanità, quindi La frequenza fantasma deve parlare anche al luogo che mostra, alla Calabria che in esso è riflessa, dove la cultura è ancora status o, nel migliore dei casi, esercizio di stile, il legame col passato contemplazione del disfacimento. La lezione di Chiara Ambrosio, giovane e promettente regista, calabrese di origine londinese di domicilio, è fare arte con la propria terra, vedere e mostrare il vero dove altri vedono normalità e illusioni. La cultura è prassi.

La frequenza fantasma è stato interamente girato nel centro storico di Verbicaro, un paese tra le colline della Calabria Nord-Occidentale, dove è stato presentato il 15 agosto. La specificità anche problematica di una scheggia di Meridione italiano diventa col film di Chiara Ambrosio paradigma antropologico, astrazione rivolta al mondo: a giugno è stato presentato all’Anthology Film Archives di New York e a dicembre è in programma all’International House Film di Philadelphia e all’Harvard Film Archive.

 

Il trailer di La frequenza fantasma.

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