Indossava una marsina azzurra, una bellissima marsina azzurra. E fu l’unica mattina, «dissero alcuni, amanti degli aneddoti», in cui gli si vide in volto «un autentico e tenero sorriso». Era l’8 giugno 1794 e si celebrava la festa dell’Essere supremo, in piena Rivoluzione. Il cielo di Parigi era invaso da «una luce celeste». Una «limpidezza inaudita», rara o forse unica. Lui era Maximilien Robespierre — l’uomo che indossava la marsina azzurra, non l’Essere supremo. Nel suo caso è d’obbligo specificare, per evitare confusioni pericolose. Perché lui stesso, l’Incorruttibile, su questo è sembrato confuso.

Robespierre_assemblee-nationale.frLa marsina era la giacca degli uomini aristocratici del Settecento. Ma anche dei borghesi e quindi dei professionisti, degli avvocati come lui. La differenza poteva essere nei colori, cupi i borghesi, sgargianti i nobili, anche se poi nelle feste i colori vivaci erano di tutti, più o meno. Come dire che gli aristocratici erano sempre in festa. Almeno fino alla Rivoluzione, che lasciò loro poco per cui festeggiare. Lui, Robespierre, era un avvocato di Arras. La Rivoluzione che mitigò o incupì del tutto i colori dell’aristocrazia francese fu in gran parte la sua Rivoluzione. «Dico che chiunque in questo momento trema è colpevole; perché l’innocenza non ha mai timore della pubblica vigilanza.» Fu una delle sue frasi più raggelanti tra quelle dette nelle assemblee della Convenzione. La pubblica vigilanza fondamento della virtù. Che in altre parole, di certo più solenni e tragiche, sarebbe: «Libertà, Uguaglianza, Fraternità, o morte.»

È piacevole per me scrivere della Rivoluzione, però temo si possa incorrere in un equivoco — un altro — e quindi a questo punto devo puntualizzare, ancora. I Tempi glaciali del titolo non sono affatto gli anni del terrore rivoluzionario robespierrista. No. Il titolo dell’articolo ripropone esattamente il titolo italiano dell’ultimo romanzo di Fred Vargas, Temps glaciaires, appunto. Ma Robespierre c’entra lo stesso, eccome! Tanto da conquistare chi è sensibile alla storia, come il comandante Danglard. O, più modestamente, come me.

copertina Tempi glacialiOra, che la storia e quindi Maximilien Robespierre conquistino me, lettore tra i lettori del romanzo, poco importa. Anzi, l’autrice lo vuole. Ma che irretiscano il comandante Danglard è un problema. Sono in corso le indagini per acciuffare l’autore di quattro o addirittura sei omicidi, ogni distrazione può sviarle. L’incertezza sul numero di morti non è incapacità di tenere il conto, non siamo a tanto. La questione è che nella trama creata da Fred Vargas si intrecciano a loro volta due vicende distinte, per luogo e per tempo. La prima si compie in Islanda dieci anni prima, la seconda a Parigi oggi. Si, l’oggi della narrazione, ma con lo sguardo verso le sedute della Convenzione rivoluzionaria del 1794. Ecco che a un certo punto spunta Maximilien e cattura inevitabilmente la scena. Vorrei vedere! Lui è Robespierre, l’Incorruttibile.

Si, ma non c’è proprio lui sulla fatidica scena, c’è un suo presunto discendente, che lo interpreta in certe rievocazioni parigine ben curate fin nei dettagli — tipico dei francesi. Soprattutto nel taglio e nei colori delle marsine. Lo interpreta così bene da essere lui. In effetti c’è una tradizione fondata su alcuni documenti, secondo la quale Robespierre avrebbe avuto un figlio, un figlio segreto, nato nel 1790. È storia. Allora perché il dubbio se ci sono documenti? Più che altro perché un figlio segreto appannerebbe l’immagine tersa del Maximilien, l’Incorruttibile paladino della virtù. Come dire che anche Robespierre, almeno una volta, ha ceduto al vizio.

Il comandante Danglard è il secondo del commissario Adamsberg. Jean-Baptiste Adamsberg, il protagonista assoluto di otto romanzi noir di Fred Vargas. La storia non lo affascina, nessun pericolo che lo irretisca, alle rievocazioni della Convenzione si annoia e quindi le indagini sono al sicuro. Lui si lascia conquistare dall’Islanda, direbbe per evidenti ragioni di servizio. Opinabile, non è solo servizio. Ma la questione è che l’evidenza di Adamsberg non coincide con quella dei suoi collaboratori, nel commissariato del tredicesimo arrondissement di Parigi. Diversa è la via per arrivare all’evidenza e quindi l’evidenza stessa. Robespierre intima di giungere alla «limpidezza inaudita» attraverso sé medesimo, insomma attraverso la virtù. Adamsberg anche, virtù a parte, ma senza impettirsi e senza marsine colorate. Il commissario non riflette e non schematizza, lui passeggia. Lo dicono «spalatore di nuvole», più con ammirazione che sarcasmo. La sua via è un intrigo informe di intuizione e razionalità. Adamsberg non è Sherlock Holmes.

Fred Vargas_lefigaro.frTutto inizia con l’uccisione di una donna in una vasca da bagno. L’assassino lascia un segno misterioso: due stanghette verticali, un tratto orizzontale concavo al centro che le unisce, uno obliquo sovrapposto al concavo. Obliquo dal basso verso l’alto, da sinistra verso destra. Cosa rappresenta? La vittima ha le vene tagliate, suicidio? Tutto lascerebbe pensarlo, ma non c’è una lettera di commiato e c’è invece il segno. La donna nella vasca è vestita. Poi c’è Robespierre, anzi il discendente presunto, le marsine colorate, le rievocazioni della Convenzione, una donna che fuma la pipa, un cinghiale di nome Cino e altri morti, che pure sembrano suicidi, se non fosse per quel segno, ricorrente. Tutto intorno l’Islanda, anche quando l’azione è a Parigi. Tutto intorno le rocce nere, la neve, il ghiaccio. E la nebbia minacciosa, che avvolge gli isolotti e spinge all’inverosimile. E anche oltre. Inverosimile proprio no, perché ci pensi ma lo escludi perché troppo facile. Ma Fred Vargas è archeologa e medievista, non butta via niente. Non conta il fatto ma la via per scoprirlo. Non è tanto l’evidenza, ma la capacità di prevederla e come raggiungerla.

Alla fine Adamsberg acciuffa l’assassino e rischia pure di rimetterci la pelle, se non fosse per due bicchieri di Porto — altro che razionalità e cultura! Il vino ha la sua importanza, Tempi glaciali è un romanzo francese. Ma non è come qui potrebbe sembrare. Il nome dell’assassino? Lo chiedono al commissario mentre lo stanno arrestando e lui: «Non ne ho idea.» Lo ignorava Adamsberg, posso dirlo io solo perché ho letto fino all’ultima pagina? In realtà potrei anche, è un dettaglio che non svelerebbe nulla se non un’identità, un singolo filo dell’intreccio. Fred Vargas è una grande tessitrice: la trama è tutto.

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