Panico informatico (justacote.com)La presenza del computer nella società contemporanea è indicata di volta in volta con i termini digitale, informatica, virtuale e con i loro derivati digitalizzare, informatizzare, virtualità. Digitale è il più tecnico perché indica come funziona un apparecchio e ha il suo contrario nel termine analogico. Un esempio è la fotografia. In quella analogica l’immagine è prodotta dalla luce che impressiona una pellicola di plastica trattata chimicamente — il rullino. Nella fotografia digitale la luce colpisce un sensore che crea l’immagine traducendola in un codice numerico. Spariscono il rullino e quindi i negativi e la foto diventa un file, cioè un documento che raccoglie una serie di informazioni. Alla concretezza materiale del rullino e dei negativi si sostituisce la virtualità del file. Virtuale, dunque, diventa sinonimo di immateriale, ma non per questo la virtualità è meno concreta di un rotolo di plastica. Se pago con la carta di credito non tocco denaro contante, cartamoneta o metallo, ma il saldo del mio conto in banca diminuisce ugualmente. Più concreto di così! La concretezza non è più soltanto ciò che i sensi percepiscono direttamente, ma ciò che è a prescindere dall’immediato contatto materiale. Questa è la novità.

Al di là dell’aspetto tecnico del digitale, su cui non mi soffermo, è il termine informatica a esprimere la novità culturale di maggior rilievo prodotta dal computer. Il termine originario è informatique ed è nato in Francia nel 1962. È il risultato della fusione di altre due parole: information e automatique, informat(ion) (automat)ique, informatique. Informatica, dunque, informazione automatica, cioè raccolta ed elaborazione elettronica (digitale) di grandi quantità di dati. Ma più che la raccolta e la conservazione, è l’elaborazione a produrre la grande novità culturale, che si afferma come una vera e propria nuova cultura. Lo strumento di tale innovazione è il database, un software che permette di archiviare grandi masse di informazioni e soprattutto di gestirle, cioè di analizzarle, di classificarle, di studiarle come non sarebbe pensabile senza il computer. Ciò produce conoscenze altrimenti impossibili: ecco la nuova cultura. È un livello superiore alla sola raccolta e alla conservazione dei dati, attività che richiedono contenitori digitali sempre più capienti e sistemi sempre aggiornati — aspetto ancora tecnologico, ma anche commerciale.

L’informatica genera nuova cultura anche per un altro suo carattere peculiare: la replicabilità di un dato all’infinito. Qualcosa di analogo a quanto accadde con l’invenzione della stampa nel XV secolo, ma in un contesto tecnologico e sociale incomparabilmente più sviluppato, che dalle decine, centinaia o migliaia di copie di un libro ha spostato il limite della replicabilità di un file verso l’infinito. L’informatica ha annullato ogni limite quantitativo, introducendone però di qualitativi, della tecnologia e del sapere necessari per replicare il dato o per avere accesso al dato replicato. La replicabilità introduce altri caratteri dell’informatica: la condivisione delle informazioni e la capacità di comunicazione, pure artefici della nuova cultura. Lo strumento della condivisione e della comunicazione è Internet.

Internet è per l’informatica quello che le strade sono per i produttori di automobili. I caratteri dell’informatica hanno la loro espressione nel web, la rete. Una rete di comunicazione, di condivisione, attraverso cui possono viaggiare le informazioni, la cui replicabilità all’infinito ha così un’attuazione e quindi un senso. La rete è talmente entrata nella pratica e nell’immaginario comune da generare espressioni come «fare rete», cioè strutturarsi avendo come modello il web. Internet è lo strumento di diffusione della nuova cultura informatica. Il database produce nuove conoscenze che Internet rende accessibili. Non solo, come il database permette di gestire masse enormi di dati, così il web mette in relazione una quantità enorme di individui, che non avrebbero altrimenti nessuna possibilità analoga di comunicazione. Come il database genera nuova cultura gestendo masse di dati, così fa la rete mettendo il relazione masse di individui.

Il web è un oceano di informazioni, di testi, di immagini, di suoni, di video. Non a caso si dice di navigare in esso. È l’espressione più compiuta del superamento di ogni limite quantitativo. Eppure, i luoghi del web, i siti che oggi hanno maggiore successo sono i social network, pagine in cui gli iscritti pubblicano qualsiasi informazione che poi condividono con altri, in una sottorete talmente fitta da sembrare un groviglio. Il web mette a disposizione un oceano, ma ad avere successo è l’insenatura dei social. Uno dei paradossi della nuova cultura. I social network più diffusi e caratterizzanti sono Facebook e Twitter. Tantissimi sono iscritti a Facebook, ma non tutti. La scelta di esserci o non esserci non è indice di maggiore o minore propensione verso la tecnologia e verso l’informatica, né verso la nuova cultura che l’informatica produce. Anzi. Facebook è un’insenatura e come tale può essere utile e comoda, ma resta pur sempre la parte di un tutto.

L’enorme successo dei social network determina una sinonimia, una sovrapposizione tra Internet e Facebook, due termini che non sono affatto sinonimi. Facebook è solo una delle possibili applicazioni di Internet, eppure si è affermato come la parte per il tutto. Si tratta di una semplificazione eccessiva, di una limitazione di fatto, sebbene la tendenza comune ne indichi l’uso come segno di apertura culturale. L’insenatura ha coperto l’oceano. Un paradosso, come dicevo. La limitazione di fatto può assumere anche i tratti più negativi di un ghetto, quando la comunicazione tra un gruppo anche numeroso diventa autoreferenziale, cioè chiusa a stimoli che possono arrivare da fuori: siamo nella nostra insenatura e stiamo bene, chi ci vuole ci trova qui, l’oceano non ci riguarda.

ansa - valeria braghieri - POPE: FIRST TWEETIl social network come parte per il tutto o peggio come ghetto crea le condizioni in cui si genera una subcultura marginale rispetto alla nuova cultura informatica, ma sempre dipendente da essa. Marginale anche se quantitativamente rilevante. Infatti, l’informatica ha annullato i limiti quantitativi, ma ne ha creati e consolidati di qualitativi. Ha elevato il livello culturale delle società sviluppate, facilitando l’accesso alle informazioni — come la stampa ha reso possibile la maggiore diffusione dei libri. Ma la diffusione non implica la comprensione, pur attuandone la condizione necessaria — se ho l’informazione posso anche capirla. L’informatica ha di certo elevato i livelli più bassi, ma anche i più alti, per cui il divario resta, anche se ridotto sensibilmente. Resta il limite qualitativo del sapere necessario prima all’accesso e poi alla comprensione corretta dell’informazione. Se ho il dato ma non lo capisco o lo capisco male, l’accessibilità si trasforma nell’illusione di una emancipazione culturale e addirittura di una partecipazione alla produzione della nuova cultura. L’illusione aumenta se la condivido con tantissimi, ma questo non la trasforma in realtà. Il popolo dei social network, sempre più autoreferenziale, non è la società, anche se vive e inculca l’illusione di esserlo. Ne è una componente, marginale o funzionale agli interessi dei livelli più alti. L’insenatura non è l’oceano.

L’annullamento dei limiti quantitativi della comunicazione ha prodotto l’aumento delle informazioni disponibili, senza però influire sulla loro qualità. Nel web e nei social network c’è di tutto. Anzi, l’enorme quantità di dati in circolazione ne ha semmai abbassato la qualità. Infatti, avere il sapere necessario alla produzione di informazioni non implica la consapevolezza necessaria con cui la produzione dovrebbe avvenire. Non solo. Essendo enorme la massa di dati disponibili, il mio dato sarà più accessibile quanto più sarà breve, facile e condivisibile. Sulla brevità Twitter sta facendo scuola. Ora, la divulgazione è tra i doveri della cultura, vecchia e nuova, ma la semplificazione eccessiva produce banalità e quindi alimenta la subcultura informatica e l’illusione che essa sia parte della nuova cultura. Inoltre, la scelta della semplificazione e della brevità da parte di personaggi e istituzioni pubbliche pone la questione se il livello alto si volga a elevare il basso o piuttosto se il basso a stingere l’alto. Il papa che twitta evangelizza i social network o apre la Chiesa al condizionamento della subcultura informatica? Domande da tempi di transizione, ma non necessariamente segno di contrapposizione tra conservatori e progressisti.

Il limite qualitativo del sapere necessario a trovare e a capire il dato oppure a produrlo consapevolmente è antico. Per secoli è stato l’analfabetismo, che ha impedito anche solo l’accesso alla cultura. Oggi leggere, scrivere e fare di conto non basta più, pur rimanendo condizione necessaria. Oggi è analfabeta chi ignora le procedure informatiche per accedere al dato e poi via, via per capirlo, replicarlo, condividerlo, produrlo consapevolmente. Ma può esserlo anche chi accetta la sinonimia paradossale tra Internet e Facebook o addirittura tra Facebook e società, quindi tra Internet e società. In questi casi l’insenatura della mia metafora, per quanto frequentata, accentua la propria chiusura e con essa consolida la subcultura che genera, sempre più staccata dalla nuova cultura e come tale sempre più illusione di emancipazione, di novità e di progresso.

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