logo convegno ecclesiale FI2015Il tema non è dei più facili — e così ho scoraggiato i lettori approdati su questa pagina. Non è dei più facili, ma non per questo deve far scappare. Anzi. Si tratta di umanesimo, inteso però non come la cultura del XV secolo presupposto del Rinascimento, ma in senso contemporaneo di pensiero positivo sulla natura dell’uomo, sull’uomo stesso. L’uomo al centro, per valore e dignità, condizione affermata o negata e in che modo; i caratteri del valore e della dignità; la libertà o la schiavitù e così via, solo per chiarire il termine e accennare ai possibili sviluppi del tema.

Dal 9 al 13 novembre si è tenuto a Firenze il V Convegno nazionale della Chiesa italiana, dal titolo In Gesù Cristo il nuovo umanesimo. È il quinto appuntamento che la Chiesa italiana si è data intorno all’eredità del Concilio Vaticano II. Una tappa di riflessione più o meno decennale in cui osservare il presente e scegliere il percorso più adatto per continuare a camminare. Al convegno è intervenuto papa Francesco. Il discorso che ha pronunciato è una sintesi del concetto di umanesimo cristiano, ma in definitiva esprime l’umanesimo del papa.

Il punto di partenza e di arrivo del discorso di Francesco è in una frase detta subito, all’inizio: «Gesù è il nostro umanesimo.» La dignità dell’uomo per i cristiani è nel Dio incarnato. Dio si è fatto uomo, dunque l’uomo ha un valore e una dignità. Ma Cristo non è venuto nella gloria. Dio si è fatto uomo per salvare gli uomini morendo sulla croce. Dio si è dato agli uomini, Gesù è il volto della misericordia divina. I cristiani contemplano un Cristo dolente e obbediente, poi anche glorioso, ma di una gloria che viene dalla sofferenza. Dice il papa: «Se non ci abbassiamo non potremo vedere il suo volto. Non vedremo nulla della sua pienezza se non accettiamo che Dio si è svuotato. E quindi non capiremo nulla dell’umanesimo cristiano e le nostre parole saranno belle, colte, raffinate, ma non saranno parole di fede. Saranno parole che risuonano a vuoto.» Francesco non disegna in astratto un «nuovo umanesimo», ma presenta «alcuni tratti dell’umanesimo cristiano», quello dei sentimenti di Gesù. «Gesù è il nostro umanesimo.» Ma cosa intendiamo per Gesù? Ecco il percorso che dal punto di partenza conduce al punto di arrivo del discorso del papa, chiude il cerchio e rivela il suo umanesimo.

I sentimenti di Gesù presentati come tratti dell’umanesimo cristiano sono umiltà, disinteresse e beatitudine. Il disinteresse è inteso come rifiuto di strutture, norme e abitudini — tema già trattato dal papa nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium (49), programma del suo pontificato. Il senso della beatitudine, invece, è indicato così: «Per i grandi santi la beatitudine ha a che fare con umiliazione e povertà.» Dunque, i sentimenti di Gesù fondamento dell’umanesimo cristiano sono il rifiuto di strutture, norme e abitudini, l’umiliazione e la povertà. Il papa spiega ulteriormente: «Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa.» Tutto molto chiaro. L’impronta dell’umanesimo di papa Francesco è l’estraneità a un sistema fatto di organi, di regole, di dignitari, di potere. Anche quando il potere è buono, funzionale ad azioni buone — sembra di ascoltare l’anarchico e apocrifo De Andrè: «non ci sono poteri buoni». Estraneità anche quando un tale sistema è la Chiesa. Una novità da niente. Penso che Francesco sia il primo papa a negare gli elementi storicamente costitutivi la struttura di cui è a capo.

L’umanesimo di Francesco definisce una Chiesa destrutturata, umile e povera, che per essere tale deve vincere molte tentazioni. Il papa ne indica due: la pelagiana e quella dello gnosticismo, riprese entrambe dalle origini del cristianesimo.

Dice il papa: «Il pelagianesimo ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte. La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso. In questo trova la sua forza, non nella leggerezza del soffio dello Spirito.» Cioè, il pelagianesimo crede nella capacità dell’uomo di salvarsi da solo, senza l’aiuto di Dio. L’uomo non ha bisogno della grazia divina per evitare il peccato perché Dio lo ha creato libero, dotato di libero arbitrio, quindi capace di scegliere il bene e di rifiutare il male. Perché intervenire con un ulteriore aiuto? Autore della dottrina pelagiana è stato Pelagio, un monaco della Britannia, vissuto tra il IV e il V secolo, aspramente combattuto dal contemporaneo sant’Agostino e condannato come eretico dal concilio di Cartagine nel 418.

Il punto fermo del papa è che «la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo.» Cedere alla tentazione del pelagianesimo — definita a suo tempo eresia — sarebbe sminuire Cristo e confidare «nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni», cioè nell’uomo. Ecco quindi che riformare la Chiesa «non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività.» L’uomo di Francesco vive la pienezza della propria umanità quando è consapevole che la perfezione è astratta, che da solo non si salva, che la salvezza è Gesù Cristo, cioè la misericordia del Padre. Il resto è superfluo e, peggio, fuorviante. Il Figlio di Dio incarnato è la sostanza dell’umanesimo cristiano.

Spectator_20151107L’altra tentazione è lo gnosticismo, anch’esso a suo tempo eresia. Siamo al II-III secolo, quindi ancora più indietro del pelagianesimo. Lo gnosticismo «porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello.» (anche in Evangelii gaudium, 94). Confidare nella logica e quindi nella ragione significa confidare nell’uomo. Gnosticismo e pelagianesimo sono due movimenti cristiani diversi per tempi e contenuti, ma papa Francesco li riporta all’attenzione — già nell’esortazione apostolica programmatica e ora nel discorso di Firenze — per indicare due aspetti dello stesso rischio o peccato: confidare nell’uomo e dimenticarsi di Dio. «Lo gnosticismo non può trascendere» avverte Francesco. Dimenticarsi di Dio per il cristiano significa dimenticarsi del Cristo, dimenticarsi della misericordia. «La differenza fra la trascendenza cristiana e qualunque forma di spiritualismo gnostico sta nel mistero dell’incarnazione. Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo.»

Pelagianesimo e gnosticismo, ripresi dal papa solo per gli aspetti relativi alle proprie finalità pastorali, corrispondono a due tendenze attuali molto più comprensibili: efficientismo e intellettualismo. In realtà, sono queste le due tentazioni da cui papa Francesco vuole difendere la Chiesa. Ma egli cita vecchie eresie e così definisce di fatto efficientismo e intellettualismo come eresie contemporanee e, soprattutto, pone il proprio pensiero e la propria azione pastorale nel campo dell’ortodossia cristiana, nella tradizione di quanti nei secoli hanno difeso la Chiesa del Cristo. Efficientismo e intellettualismo se apparentemente esaltano l’uomo, in realtà lo pongono in secondo piano, lo rendono strumento. Solo in Cristo l’uomo recupera la dignità di essere fine della misericordia divina.

Affermato che «Gesù è il nostro umanesimo» e che la Chiesa deve difendersi dalle tentazioni del pelagianesimo e dello gnosticismo, cioè dell’efficientismo e dell’intellettualismo, perché entrambe, sia pure in modo diverso, confidano nell’uomo e mettono ai margini Dio, il papa fornisce indicazioni su cosa fare per attuare l’umanesimo cristiano. Ai vescovi: «siate non predicatori di complesse dottrine, ma annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi.» A tutta la Chiesa italiana, riunita a Firenze in convegno, Francesco raccomanda: «l’inclusione sociale dei poveri, che hanno un posto privilegiato nel popolo di Dio, e la capacità di incontro e di dialogo per favorire l’amicizia sociale nel vostro Paese, cercando il bene comune.» Sulla centralità dei poveri il papa cita dall’Evangelii gaudium: «Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche a essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (198).

I poveri al centro della Chiesa definiscono ulteriormente l’umanesimo di papa Francesco: «non esiste umanesimo autentico che non contempli l’amore come vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura interpersonale, intima, sociale, politica o intellettuale. Su questo si fonda la necessità del dialogo e dell’incontro per costruire insieme con gli altri la società civile. Noi sappiamo che la migliore risposta alla conflittualità dell’essere umano del celebre homo homini lupus di Thomas Hobbes è l’”Ecce homo” di Gesù che non recrimina, ma accoglie e, pagando di persona, salva.» L’amore è il segno distintivo dell’umanesimo cristiano e il fondamento su cui costruire insieme la società civile. Lo è perché esiste la «conflittualità dell’essere umano», che Francesco introduce citando l’uomo lupo di Hobbes, a cui contrappone il Cristo dolente e obbediente. Due piani distinti si sovrappongono nell’umanesimo del papa: un uomo ideale e un uomo reale, l’uomo come dovrebbe essere e l’uomo come invece è. L’umanesimo di Francesco definisce la condizione perché l’uomo sia autenticamente cristiano e quindi pienamente uomo.

Papa Francesco a FI2015La questione pratica che si pone è come giungere all’uomo ideale dall’uomo reale, all’uomo autenticamente cristiano e quindi pienamente uomo. Quale la via? Il papa ha concluso il discorso di Firenze al convegno della Chiesa italiana ribadendo il concetto di inclusione, soprattutto degli ultimi. «Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo. Voi, dunque, uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr Mt 22, 9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, «zoppi, storpi, ciechi, sordi» (Mt 15, 30). Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo.» Le vie del papa sono il dialogo e la carità. Il dialogo «confronto» e «critica», che «aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia».

«Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà. L’umanesimo cristiano che siete chiamati a vivere afferma radicalmente la dignità di ogni persona come Figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria e l’umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura.»

L’umanesimo di papa Francesco dice ciò che l’uomo è descrivendo la condizione che gli uomini sono «chiamati a vivere», un non-luogo verso cui tendere. La dignità dell’uomo di Francesco è l’essere «Figlio di Dio», quindi fratello di ogni altro uomo, oggetto della misericordia divina. Nessun accenno all’uomo creato libero, libero di scegliere il bene ma anche il male. Nell’umanità e nell’umanesimo di papa Francesco non c’è il male se non come eccezione. La regola è l’amore. Una concezione diversa da quella dei padri della Chiesa dei primi secoli, ma anche da quella di intellettuali cristiani contemporanei come Jacques Maritain (1882-1973). L’eclisse della libertà attenua l’attenzione sulla responsabilità e sulla giustizia. Il tratto dell’umanesimo di Francesco è l’amore che nella prassi diventa misericordia. La Chiesa può essere destrutturata, non servono regole — che possono indurre a cedere alla tentazione dell’efficientismo — e servono poco anche la ragione e la logica — che possono far deviare verso l’intellettualismo. L’eclisse della libertà apre a un certo determinismo e quindi a una certa irresponsabilità: Dio non può che essere misericordioso. Ugualmente l’uomo. Ma l’uomo, di fatto, può non esserlo. E quando non lo è? Cos’è davvero il male? L’umanesimo di Francesco è un salto nella fede.

 

Discorso di papa Francesco al V Convegno della Chiesa italiana, Firenze 10 novembre 2015

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