logo Giubileo misericordiaPotrebbe essere intesa come una ripetizione, una sovrabbondanza la definizione del giubileo straordinario di papa Francesco: della misericordia. Lo potrebbe essere perché giubileo indica già un tempo di indulgenza e quindi di misericordia. Giubileo della misericordia sarebbe come dire anno di misericordia della misericordia — la misericordia di Dio. Lo potrebbe essere se non fosse che la volontà del papa è proprio di puntare tutto sulla misericordia, annunciarla, esaltarla e chiederla con forza e insistenza alla Chiesa. La misericordia di Dio che deve essere anche il tratto distintivo della Chiesa e dei cristiani. Tornano le parole del Vangelo di Giovanni: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (13, 35). Per papa Francesco la forma di quel amore è la misericordia. Quindi, senza alcuna esitazione o perplessità ha indetto e aperto il giubileo della misericordia.

Il brano evangelico che esprime il senso del giubileo cristiano, di ogni giubileo e in particolare di quello straordinario di papa Francesco, è la parabola del figlio prodigo. È nel Vangelo di Luca, al capitolo 15 (11-32). Un uomo aveva due figli. Il giovane gli chiese la sua parte di eredità e se andò. Visse lontano e sperperò tutto quanto il padre gli aveva dato. Povero, trovò lavoro come guardiano di porci. Provato da quella condizione decise di tornare dal padre. «Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te» (18). E andò verso suo padre. Quando il padre lo vide si rallegrò, lo accolse con gioia, fece uccidere il vitello grasso e fecero festa. Il figlio grande se ne rammaricò e disse al padre la sua delusione: al giovane sperperatore il vitello grasso e una festa, a lui sempre fedele nulla. Ma il padre gli rispose: «Figlio, tu sei sempre con me e ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (31-32).

I protagonisti della parabola sono il figlio peccatore e il padre pronto a perdonare. La misericordia del padre, però, segue nella narrazione il pentimento e il ravvedimento del figlio. Il centro della vicenda e la svolta narrativa sono nelle parole del figlio: «Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te». Il figlio riconosce e accusa la propria colpa ed è pronto ad affrontarne le conseguenze. Il padre non lo punisce, ma fa festa e si rallegra del suo ritorno perché l’essere tornato indica l’inizio di una vita nuova. La punizione come necessità perché ci sia il pentimento è superata e resa inutile dal pentimento che l’ha preceduta. Il padre non punisce la colpa perché essa appartiene al passato, alla vita a cui il figlio ha posto fine col pentimento e col ravvedimento chiaramente espressi: «Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te». La misericordia del padre è resa attuabile dal cambiamento del figlio. Il figlio avrebbe potuto continuare a fare il guardiano di porci, nessuna necessità lo ha spinto a pentirsi e a tornare dal padre. Non c’è predestinazione, non c’è destino, ma la libera scelta del figlio che accusa la propria colpa e si rimette al giudizio del padre. Lo trova pronto, invece, non a giudicare, ma a fare festa e a rallegrarsi per il proprio ritorno, il ritorno del figlio che «era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Dicevo che la parabola del figlio prodigo è nel Vangelo di Luca. Dei quattro canonici — Matteo, Marco, Luca e Giovanni — è il testo destinato ai gentili, cioè ai popoli diversi da quello ebraico; è stato scritto per la cultura greco-romana, il mondo di allora. Quindi, presentare il Dio degli ebrei e dei cristiani come una padre buono che perdona e non punisce era e continua a essere un invito alla conversione. È l’essenza stessa dell’annuncio cristiano, espresso dalle parole di Gesù: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi» (Lc 5, 31-32). Alle origini del cristianesimo era la buona notizia da dare al mondo per diffondere la nuova fede, oggi è il messaggio da attualizzare per riportare la fede cristiana nella società occidentale scristianizzata e desacralizzata. Papa Francesco ne ha fatto la missione del suo pontificato.

Apertura Porta Santa

La parabola del figlio prodigo dice che il padre è misericordioso se il figlio è sinceramente pentito. Giova ribadirlo perché, a seconda della sensibilità dei tempi, la stessa parabola è detta anche del padre misericordioso, cioè l’attenzione è spostata interamente sul perdono del padre, come se prescindesse dal pentimento del figlio. Ma una tale lettura sconvolge la narrazione che ha dei tempi e una precisa successione: prima il pentimento del figlio, poi la misericordia del padre. Una tale lettura della parabola, inoltre, farebbe intendere male lo stesso giubileo della misericordia, che è un invito lungo un anno a cambiare vita non ad approfittare di un padre che perdona in ogni caso.

La sensibilità del nostro tempo, anche in relazione alla parabola del figlio prodigo e quindi al giubileo della misericordia, è venuta fuori chiaramente due anni fa, intorno alle parole di papa Francesco sui gay. Era fine luglio del 2013, il papa tornava in aereo dalla Giornata mondiale della gioventù a Rio de Janeiro. Sollecitato sui gay e il Vaticano dai giornalisti in volo con lui, ha detto il suo pensiero in merito e questa frase in particolare: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?»1 La notizia nei titoli dei mezzi di informazione è stata che il papa non giudica i gay. La frase intera, più o meno testuale, era negli articoli. L’ANSA ha titolato, senza virgolette: non giudico i gay;2 il «Corriere della Sera.it», tra virgolette, «Chi sono io per giudicare un gay?»3 Il risultato è che oggi le condizioni del cercare il Signore e della buona volontà non le ricorda più nessuno.

Alla luce di questa tendenza culturale e religiosa, cioè sia del mondo che della Chiesa, il giubileo della misericordia diventa un condono universale che prescinde da ogni condizione. Papa Francesco ci mette del suo per favorire una lettura del genere. Nell’omelia che ha preceduto l’apertura della Porta Santa della basilica di San Pietro ha detto: «Dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio, e in ogni caso il giudizio di Dio sarà sempre nella luce della sua misericordia.»4 Tornano le parole di Gesù: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato» (Lc 6, 36-37). Chi mettere al centro dei riflettori del giubileo, il figlio peccatore pentito o il padre misericordioso? Papa Francesco ha scelto senza indugio il padre misericordioso, tanto da indire un anno di misericordia della misericordia. Non è negata la necessità del pentimento, il papa non potrebbe farlo, è messa nel fondo della comunicazione, così che brilli nelle prime file dei titoli la Chiesa che accoglie e non giudica. È la Chiesa ben definita nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, il programma del pontificato di papa Francesco: «la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa.» (47); «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze.» (49).

La comunicazione del papa non è marketing, come invece potrebbe sembrare, piuttosto l’annuncio radicale del Vangelo. A volte sembra che il sacro ne risulti messo in ombra o del tutto svalutato. Invece la sacralità della missione di Francesco è proprio nella radicalità del suo messaggio, un salto nella fede, come ho scritto altrove. Ma se la fede non c’è — e in una società desacralizzata la fede manca per definizione — il rischio è che per l’affermazione esclusiva della misericordia, senza condizioni e senza evangelizzazione, il figlio peccatore non si penta più perché tanto non serve e il figlio maggiore perda il vigore della sua fedeltà.

 

1 Papa: «Non giudico gay in Vaticano. Chi sono io per giudicare?», in «video.corriere.it», 29 luglio 2013, 00:42
2 Papa: no ad ogni lobby, non giudico i gay, in «ANSA.it», 30 luglio 2013
3 G.G. Vecchi, Il Papa: «Chi sono io per giudicare un gay?», in «Corriere della Sera.it», 29 luglio 2013
4 Papa Francesco, Omelia alla Messa per l’apertura della Porta Santa in San Pietro, in «vatican.va», 8 dicembre 2015

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