‘Comfort zone’ è una delle numerose espressioni della lingua inglese entrate nell’uso più o meno comune dell’italiano contemporaneo. Con un valore chiaramente metaforico, indica lo spazio psicologico in cui un essere umano è completamente a suo agio, indisturbato, comodo in mezzo a convinzioni, abitudini, schemi di ragionamento che sostanzialmente non chiedono sforzi o rischi di alcun tipo.

Ne segue che stare nella comfort zone corrisponde a una situazione non molto positiva di qualcuno che preferisce non assumersi responsabilità, non accettare la sfida delle novità, non impegnarsi a metterci la faccia nelle situazioni a rischio.

Ne consegue che uscire dalla comfort zone si riferisce, invece, alla presa di coscienza di uno stato passivo, apparentemente indolente, indifferente, e al cambiamento consapevole del proprio atteggiamento a favore di una situazione altra, che richiede un coinvolgimento pro-attivo. A cambiare, ovviamente, non è la realtà, ma l’approccio dell’individuo ad essa.

millennials

Mi sembra di percepire che la comfort zone a disposizione per i giovani adulti di oggi, i trentenni e i neo-quarantenni di buona parte d’Europa (giusto per rimanere al di qua dell’oceano Atlantico), sia più spaziosa rispetto a quella di cui potevano usufruire le generazioni precedenti o rispetto a quella dei contemporanei che vivono però realtà ben diverse da quelle occidentali. In altre parole, ci sono più fattori della realtà odierna che finiscono per diventare i pretesti per non attivarsi e reagire, quasi chimicamente, con la realtà nella sua totalità. La crisi finanziaria, la scarsità dell’occupazione giovanile, la fiducia assoluta (e quindi delusa) nella comunicazione virtuale, un non meglio specificato disagio psicologico generalizzato sono alcuni dei fenomeni che un giovane adulto può eleggere come i recinti che marcano i confini ampi della propria comfort zone. Se poi il tessuto sociale non fornisce stimoli intellettuali e civili, benché minimi, che facciano vacillare quei recinti, uscire dalla comfort zone diventa l’equivalente di un gesto folle o di un’impresa eroica a carico di pochissimi individui dotati di chissà quale demone sacro.

Progettare a lungo termine, impegnarsi in un ruolo di responsabilità, dal personale al civile, partecipare alle decisioni che determineranno anche la vita di altri, ascoltare chi ne ha vissute di più, confrontarsi con i simili e i dissimili, rispondere delle scelte fatte, accettare di doverne sbagliare mille per azzeccarne una, evitare scorciatoie: momenti di pura insania per tanti miei coetanei.

Temo però che nella storia dell’Italia attuale i richiami esterni così efficaci da ispirare un cambiamento in un individuo siano quasi nulli. Si può anche arrivare alla consapevolezza di uno stato non felice della propria esistenza, ma non basta. Occorre percepire la forza del giusto che c’è nell’abbandonare la pur soffice poltrona delle proprie abitudini, una forza che in una società sana è evidente perché si attiva collettivamente e si trasmette naturalmente.

Per noi Millennials1 venuti su in un’Italia priva di magisteri civili, senza interfacce generazionali, non c’è neanche più la scelta. Fuori dalla comfort zone c’è il nonsense o, peggio, il vuoto pneumatico che fa paura a ciascuno di noi, più della crisi, della disoccupazione o delle relazioni umane fallite.

Siamo dunque fatalmente destinati a subirla, questa prima metà di ventunesimo secolo, o ad attraversarla senza lasciare traccia, come spettri che penetrano pareti?

No. Ma solo se l’alternativa la creiamo noi stessi, se iniziamo ad accorgerci che non ci sono fati né destini se non quelli forgiati dalle nostre scelte e dalla fedeltà ad esse, se la smettiamo di essere complainers, se non sotterriamo quello che abbiamo di buono (se iniziamo a credere che tutti abbiamo del buono), se ci giochiamo la modernità o la futurità di cui questo momento storico ci ha dotato.

Essere (stati) la generazione Erasmus, web, Ryanair, smartphone, può avere dei vantaggi incredibili.

 

1 Howe, N., and W. Strauss, 2000. Millennials rising: the next great generation. New York: Vintage Books.

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