The spreading of misinformation online, La diffusione della disinformazione in rete è il titolo di uno studio pubblicato il 4 gennaio su PNAS, rivista online dell’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti d’America. Gli autori sono italiani, ricercatori dell’IMT di Lucca, guidati da Walter Quattrociocchi. Lo studio è stato condotto attraverso «a massive quantitative analysis of Facebook» e ha mostrato come, attraverso i social media, online è favorita l’aggregazione di soggetti che la pensano allo stesso modo piuttosto che il confronto tra punti di vista diversi — «the aggregation of people around common interests, worldviews, and narratives», «l’aggregazione di individui intorno a interessi comuni, visioni del mondo, e narrazioni.»

imtlucca_taglio_285pxLa rete, però, diffonde una quantità notevole di disinformazione, cioè di notizie inesatte e di veri e propri falsi, che invece di produrre discussione e verifica aggregano i soggetti che la pensano allo stesso modo, proprio perché i veicoli di diffusione delle informazioni false sono i social media e perché questi omogenizzano piuttosto che stimolare senso critico e confronto. Un confronto da cui dovrebbe o potrebbe venir fuori una sintesi, cioè un nuovo punto di vista, più aperto, più completo, più vero. Al contrario, Internet, con Facebook, aggrega i simili e li polarizza e invece del senso critico genera «echo chambers», cioè «camere di eco», luoghi chiusi di ripetizione meccanica, di rimbombo, e causa così lo scontro tra fazioni.

Stando così le cose, i ricercatori dell’IMT di Lucca sostengono che analizzando omogeneità e polarizzazione si può prevedere l’entità della diffusione di notizie false, quindi di complottismi e diffamazioni. Prevederla magari per prevenirla, perché annullarla, cioè agire dopo, sembra essere del tutto inutile, proprio per l’enorme capacità di diffusione di Internet e dei social — «homogeneity and polarization are the main determinants for predicting cascades’ size», «l’omogeneità e la polarizzazione sono i principali fattori determinanti per prevedere l’entità di nuove diffusioni a cascata.»

Ci voleva uno studio pubblicato da una prestigiosa rivista scientifica degli Stati Uniti per affermare che Facebook aggrega simili e crea omogeneità piuttosto che confronto e analisi. Finora non è bastato il buon senso di una osservazione empirica critica, forse perché lo stesso buon senso e la capacità di osservare criticamente sono tra le vittime più illustri di Facebook: per quanto estrema possa sembrare, è un’implicazione dello studio stesso.

Considerata la tendenza dei social e di Facebook in particolare ad aggregare soggetti simili e a renderli omogenei, anche e soprattutto intorno a notizie inesatte o del tutto false; e considerata la possibilità di prevedere i fenomeni di diffusione a cascata della disinformazione, sarebbe il caso di riflettere su cosa può innescare una deliberata e programmata diffusione online di notizie false. La rete non è limitabile ed è difficilmente controllabile, quindi la difesa, l’unica possibile è il senso critico degli internauti, cioè quello che manca proprio a coloro che si prestano a essere aggregati e omogeneizzati dai social: ciao!

Essendo a riflettere, del tempo dovrebbe andare a un aspetto della questione Internet, social, omogeneità, polarizzazione: c’è almeno una generazione di giovani nel mondo sviluppato identificata dall’uso del web. Un uso abbondante, complesso, caratterizzante appunto. È la generazione digitale, del web, ma anche dei social, di Facebook. Quindi, lo studio dell’IMT di Lucca fa pensare, come implicazione, che sia la generazione dell’omogeneità e della polarizzazione, cioè quella a cui il senso critico farebbe difetto. Non è cosa da poco.

Ci voleva uno studio per accertare o accettare i social come luoghi di ripetizione, di omogeneità, di fazioni rissose. Luoghi chiusi che hanno drasticamente limitato la vastità del web; insenature che hanno coperto l’oceano e creano illusioni, come ho scritto altrove. Ci voleva uno studio per far intravedere cosa rischia una generazione e con essa la società cosiddetta sviluppata. Ci voleva uno studio, su una rivista scientifica, in inglese. Ora lo studio c’è. Trascurarlo sarebbe come avere l’acqua calda e intirizzire.

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