La morte di Umberto Eco ha portato o riportato l’attenzione sulla semiotica e sul medioevo, una disciplina e un’epoca che sono stati gli ambiti in cui egli ha operato, come docente e come romanziere. In genere li si considera separatamente, la semiotica dal medioevo e viceversa, trascurando così le analogie che possono esserci e che sono evidenti proprio nell’opera di Eco. Il punto di incontro più noto è Il nome della rosa, romanzo del 1980, anch’esso tornato ad una maggiore attenzione in queste settimane.

Escher_Relativity_ncartmuseum.orgCito da La struttura assente, libro di Eco del 1968: «La semiologia studia tutti i fenomeni culturali come se fossero sistemi di segni — partendo dall’ipotesi che in verità tutti i fenomeni di cultura siano sistemi di segni e cioè fenomeni di comunicazione.» Semiologia da intendere come sinonimo di semiotica (entrambi dal greco semêion, ‘segno’), disciplina che studia i segni e che, nel Novecento, come ha scritto Eco, si propone di studiare «tutti i fenomeni culturali come se fossero sistemi di segni». Il padre più recente di questa idea è lo statunitense Charles Sanders Peirce (1839-1914), secondo cui tutte le parole e tutte le nozioni umane sono segni. Ciò rende la semiotica una teoria della conoscenza, una filosofia in cui pensare e conoscere sono una continua interpretazione e una messa in relazione di segni che rimandano ad altri segni.

C’è un padre recente della disciplina che studia i segni anche in Europa ed è lo svizzero Ferdinand de Saussure (1857-1913). A lui si deve la linguistica contemporanea, fatta dei concetti fondamentali di langue e parole, segno, significante, significato, struttura, sincronia e diacronia. La linguistica saussuriana è sincronica, cioè studia la lingua in un dato momento e ne trascura l’evoluzione storica. Sincronia ed etimologia sono per Saussure percorsi di studio autonomi e indipendenti, paralleli. Quando i termini semiologia e semiotica non si intendono come sinonimi, il primo si riferisce alla disciplina linguistica dei segni, il secondo al sistema di segni pensato come filosofia. Il testo fondamentale di Saussure è Corso di linguistica generale, pubblicato postumo da suoi allievi nel 1916. Da Saussure muove Roland Barthes (1915-1980), che applica la semiotica a tutti i fenomeni sociali, dalla moda, all’arte, alle comunicazioni di massa, facendone una vera e propria teoria generale della cultura. È il filone sviluppato in Italia da Eco.

Peirce_cspeirce.comLa linguistica saussuriana è il fondamento dello strutturalismo, un movimento multiforme che considera i fenomeni culturali un prodotto di sistemi di segni e significati, definibili in modo del tutto autonomo, come una struttura a sé stante. Senza di essa non è possibile comprendere la realtà, perché è la struttura a darle un senso, con le sue relazioni interne tra significati. Ciò svaluta lo studio dei fatti, della loro concatenazione ed evoluzione, della storia e dell’uomo artefice, perché risulta inutile studiare direttamente la realtà se essa è priva di un senso proprio. Lo strutturalismo ha tanti esponenti, tra cui il linguista Roman Jakobson (1896-1982) e l’antropologo Claude Lévi-Strauss (1908-2009). Barthes, Jakobson, Lévi-Strauss, sia pure di ambiti diversi, hanno teorizzato insieme l’uso degli strumenti della linguistica saussuriana ciascuno nella propria disciplina. Questo ha fatto della linguistica e quindi dello studio del linguaggio un carattere distintivo della cultura contemporanea.

L’evoluzione della semiotica negli ultimi decenni del Novecento ha portato al ridimensionamento dello strutturalismo e a un più ampio concetto di segno. Lo strutturalismo può essere un metodo di ricerca, ma non una filosofia fondata sull’affermazione di una struttura a sé stante, che in realtà non c’è — la struttura assente di Eco. Il nuovo concetto di segno, nuovo proprio rispetto a quello di Saussure, è più ampio perché dal segno-codice si passa allo studio del segno-testo. Il significante non è più solo una parola, un insieme di fonemi, ma un testo, un discorso, un’opera. A questa evoluzione ha contribuito il filologo Cesare Segre (1928-2014). Con l’ampliamento dell’idea di segno si amplia anche il concetto di significazione e nasce una semiotica della cultura che studia come la realtà assume un senso attraverso i segni.

Al di là degli sviluppi dei vari aspetti dello studio dei segni e al di là degli esiti più estremi dello strutturalismo, la semiotica ha prodotto una realtà percepita priva di senso intrinseco e di storia, disponibile alle più varie letture, determinate dalle relazioni stabilite di volta in volta tra significanti e significati. La semiotica teoria generale della cultura ha reso tutto comunicazione, finendo per affidare ai mezzi di comunicazione di massa la lettura autentica della realtà e il modello esemplare di comunicazione, in cui la qualità è nella quantità. Senza segni, senza significati, senza comunicazione di massa la realtà non esiste. Quindi, essendo la realtà priva di un senso proprio, essa non è altro che elementi, fatti, individui slegati, senza un’origine e senza un fine. Una forma di nichilismo dei segni, un nulla pervasivo, ampio come una teoria generale e ammiccante come una pubblicità.

Il_nome_della_rosaI filosofi del XII secolo, in pieno medioevo, discussero il problema degli universali. La questione veniva dal passato ed era la seguente: i termini universali come uomo, animale, cane rimandano a realtà trascendenti, che esistono al di là degli uomini, degli animali e dei cani, oppure sono nient’altro che segni, nomi, fiato? Anselmo d’Aosta (1033-1109) e Guglielmo di Champeaux (1070-1121) furono i padri della soluzione realista, affermando che gli universali esistono come realtà nella mente di Dio: sono le essenze, i modelli esemplari degli uomini, degli animali e dei cani. Esistono realtà trascendenti che sono l’umanità, l’animalità, la caninità. Al realismo della trascendenza fu opposta la soluzione nominalista. Roscellino di Compiègne (1050-1120) sostenne che gli universali non avevano corrispondenza nella realtà, ma erano nient’altro che nomi, flatus vocis, emissioni di fiato e basta.

Nel contesto culturale del medioevo, impregnato di religiosità, il problema degli universali non rimase sul piano logico, ma si estese alla teologia. Negata l’umanità come realtà trascendente, Roscellino negò anche la Trinità, cioè l’unità sostanziale del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Affermò che ciascuna delle tre persone era divina, ma non esisteva la divinità come unità a sé stante. Per questo fu condannato dal concio di Soissons (1092).

Una terza soluzione al problema degli universali venne da Pietro Abelardo (1079-1142). Egli sostenne che nella realtà non esiste l’universalità, essa è un’astrazione, quindi un atto della mente. Per Abelardo l’universale è vox significativa, significato logico predicabile di molti. L’universale non è realtà trascendente e non è nome, ma concetto, quindi del tutto immateriale. Le analogie con la semiotica novecentesca di tutta la discussione sono evidenti e avrebbero potuto esserlo gli esiti, ma la società e la cultura medievali, impregnate di trascendenza, erano per il nichilismo un contesto sfavorevole.

La trascendenza, tuttavia, non ha impedito al nulla di avvolgere Adso nell’ultimo folio. Alla fine della vita, al monaco narratore non restano che nomi: nomina nuda tenemus. Nient’altro che nomi e un «deserto amplissimo», la «tenebra divina», «un silenzio muto», «una divinità silenziosa e disabitata dove non c’è opera né immagine.» Il nome della rosa è lo spazio narrativo dove in una grande abbazia benedettina la semiotica novecentesca ha indossato abiti medievali e la trascendenza medievale è stata diluita col nichilismo dei segni. Sullo sfondo, ma solo sullo sfondo, il secolo in cui nomina sunt consequentia rerum.

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