Un elemento caratterizzante e distintivo di un’epoca e di una cultura è ciò che l’uomo pensa di sé, l’idea che gli uomini hanno di se stessi, sia quando l’hanno espressa in modo esplicito e sistematico in opere letterarie o filosofiche, sia quando emerge discreta dai segni materiali e immateriali che l’uomo ha lasciato nel tempo. Quest’ultimo è il caso di cui si fa esperienza tra i reperti del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.

L’allestimento del museo è stato di recente del tutto rinnovato e il percorso espositivo articolato in quattro spazi, più uno per le mostre temporanee. Si procede dalla preistoria alla Magna Grecia, ai Lucani e Brettii, fino al culmine della classicità matura e raffinata dei Bronzi di Riace. Sarebbe un errore, tuttavia, riassumere il museo di Reggio nelle sole due statue degli eleganti guerrieri greci. Per quanto affascinanti, i Bronzi sono parte di un contenuto molto ampio, che esprime il proprio senso solo se considerato interamente.

I reperti del Museo Archeologico di Reggio Calabria sono una lezione magistrale sull’idea che gli uomini avevano di se stessi, dai millenni lontani della preistoria fino ai secoli più vicini dell’antichità greca. Il territorio di riferimento è quello dell’attuale Calabria, il lembo estremo della penisola italiana immerso nel Mediterraneo, una connotazione puramente fisica che lo identifica subito come luogo di approdi e di transiti, di sbarchi e di scambi, una nuova terra per una nuova vita, da sempre. Ciò che l’uomo pensa di sé coincide con la propria idea di umanità e implica il rapporto con la natura, ma anche con la propria interiorità: il mondo esterno e il mondo interno, entrambi da scoprire e da vivere, per i singoli e per le società.

Se l’arrivo del percorso espositivo del museo possono essere i Bronzi di Riace, la partenza è nei reperti provenienti da Papasidero e da Tortora, cioè dalla Calabria nord-occidentale, come dire che la visita-lezione procede anche in senso geografico, da un’estremità all’altra della regione. Entrambi gli estremi sono eccellenti, i Bronzi per la fattura e la gradevolezza estetica, gli altri reperti per il peso scientifico. Grotta del Romito e i manufatti litici di Tortora-Rosaneto sono segni dell’uomo preistorico europeo, produttore degli arnesi per la sopravvivenza quotidiana, ma anche autore di graffiti i quali, oltre a essere espressione artistica, possono aver avuto un valore rituale, quindi indicano quel uomo consapevole e attento agli aspetti immateriali della vita. L’incisione dell’imponente bovino di Grotta del Romito a Papasidero (12.000 anni fa circa) è una delle espressioni più alte dell’arte paleolitica italiana.

L’uomo preistorico, paleolitico di Grotta del Romito, artista raffinato, praticava rituali di inumazione, cioè seppelliva i propri morti per custodirne i resti materiali. Aveva una concezione della morte dei propri simili, quindi di se stesso, che lo aveva spinto a ritualizzarla. La morte come momento della vita. Nella Calabria meridionale era praticato un rituale funerario – enchytrismos – caratteristico del territorio, come anche e soltanto delle Isole Eolie e della Sicilia nord-orientale. A Tropea sono state ritrovate grandi giare – dolii – in cui il defunto era deposto rannicchiato (1700-1350 a.C.). Evidente il ritorno dopo la morte alla posizione dell’uomo prima della nascita, in un grosso vaso d’argilla che riproduce una sorta di grembo materno, come se il defunto dovesse attendere una nuova nascita, una nuova vita.

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