dario-foLa morte di Dario Fo mi ha fatto chiedere cosa lui ha rappresentato davvero nella cultura italiana del Novecento e dei primi anni duemila. Cosa ha rappresentato oltre al grammelot, a Mistero buffo, al premio Nobel per la letteratura ricevuto nel 1997, che sono i contenuti e gli aspetti della sua carriera artistica più citati sempre e in particolare ora che lui non c’è più. Perché un grande uomo di teatro come Dario Fo non è solo il suo curriculum, piuttosto il filo che unisce tutto ciò che ha fatto.

La risposta che mi sono dato è che Dario Fo è stato forse l’ultima e tra le maggiori incarnazioni – certamente in Italia – della cultura rappresentata dallo slogan l’immaginazione al potere. Il suo teatro, i suoi dipinti, la sua arte lo affermano in modo inequivocabile. Dove l’immaginazione come capacità creatrice e narrativa è la protagonista assoluta, ma allo stesso tempo lo strumento del potere, che è disfacimento dell’esistente, mai governo, costruzione, ricapitolazione.

In tal senso Dario Fo è Novecento, tutto e solo Novecento e la bella età di novant’anni che ha raggiunto lo afferma prima di ogni altra considerazione. Questo, però, forse ne ha fatto un monumento da vivo, che è l’esatto contrario di ciò che la sua arte come distruzione lascerebbe pensare. Fo ha continuato a disfare anche in questi anni che invece chiedono che si costruisca, carichi come sono di macerie materiali e spirituali.

L’immaginazione al potere, l’arte come demolizione e il potere mai come governo esprimono anche assenza di futuro, inteso come tempo migliore, come tempo della possibilità. Le lotte per i diritti civili, la narrazione teatrale condotta dal punto di vista degli umili, lo sberleffo costante rivolto ai potenti che governano sono un’immersione totale nel presente, un respiro che dura uno spettacolo, un giorno, una stagione. Poi si ricomincia, a immaginare, a raccontare, a demolire. Così, però, l’arte di Dario Fo diventa un genere.

Quando l’arte diventa un genere si cristallizza, è immobile. Essa, invece, è moto, sia perché lo esprime, per definizione, sia perché lo rappresenta. Quando l’arte diventa un genere perde contatto con la realtà, cioè non la rappresenta anche trasfigurandola, ma la crea. La realtà è ciò che l’artista immagina, racconta, rappresenta. La realtà dei fatti finisce per non ricevere alcuna attenzione. Esito del tutto coerente con l’opera costante di demolizione. Se la realtà non deve essere governata, ma distrutta, l’arte non può che sostituire i fatti, sovvertire l’ordine, negare l’esistente. L’immaginazione al potere, con una coerenza che è diventata, o è sempre stata, ideologia.

L’arte che è costante demolizione diventa per questo un genere e non un classico. L’arte impegnata a demolire non racconta ciò che è. Forse per questo, riflettendo su cosa Dario Fo ha rappresentato nella cultura italiana, a Mistero buffo mi si è contrapposta Napoli milionaria, di Eduardo. Nessun confronto, davvero nessuno, solo immaginazione e realtà, che in certi casi divergono e in altri si incontrano. C’è chi aspetta che passi la nottata, chi nella nottata si adagia.

Oltre al curriculum da prima pagina, di Dario Fo rimane il Manuale minimo dell’attore, una guida alle tecniche del teatro scritta da un attore che, al di là di ogni altra considerazione, è stato un maestro del proprio mestiere.

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