«Elizabeth si era passata il pettine fra i lunghi riccioli argentei».

locandina-inferno_mymovies-it_200pxNel film di Ron Howard la «donna dai capelli argentei» del romanzo di Dan Brown è diventata una più comune signora dai capelli lisci e scuri. Il mutato colore dei capelli della direttrice dell’Organizzazione mondiale della sanità ha fatto svanire l’originalità e il fascino di un personaggio fondamentale del racconto letterario, nelle cui parole è una parte cospicua del senso del romanzo e che invece al cinema assume rilievo per essere stata un antico, ma solo possibile amore del protagonista, il professore americano Robert Langdon. Il dettaglio dei «riccioli argentei» che non ci sono più mi sembra emblematico del rapporto che c’è tra il film e il testo da cui è tratto. Un dettaglio che oggi richiama, e poteva farlo anche nel film, donne come Christine Lagarde e Janet Yellen, in un legame virtuoso della narrazione con l’attualità anche da un punto di vista estetico. Elizabeth Sinskey rimane piuttosto una di loro che non l’attrice Sidse Babett Knudsen, voluta dal regista liscia e scura.

Un film tratto da un romanzo pone sempre la questione del rapporto tra la narrazione cinematografica e quella letteraria che ne è alla base. Corrisponde? Interpreta? Stravolge? È necessario aver letto il libro per vederlo? La domanda, invece, dovrebbe essere se il film ha una sua autonomia e coerenza rispetto al testo di riferimento, cioè se è in grado di stare in piedi sulle proprie gambe o ha bisogno della stampella letteraria. Ecco, Inferno di Ron Howard si regge benissimo da solo, anzi e tenendo conto di quanto detto sui «riccioli argentei» che non ci sono più, è molto meglio non aver letto il libro, così da evitare il fatidico confronto che stavolta l’opera cinematografica non supera. In tal senso Inferno non è Il codice da Vinci. Quel film è del tutto autonomo dal romanzo, ma lo rappresenta fedelmente, fino a mantenerne integro il senso complessivo. Conoscere solo il libro e conoscere solo il film forniscono gli stessi elementi. Letteratura e cinema sono due linguaggi distinti, quindi il confronto non può esserci sulla forma dell’espressione, quanto piuttosto sui contenuti.

image-1_infernothemovie-com_325pxInferno è un thriller hollywoodiano, con la particolarità estetica di avere come scenografia Firenze, Palazzo Vecchio, il San Marco di Venezia, il palazzo sommerso di Istanbul – Yerebatan Sarayi. Luoghi meravigliosi, ma sviliti proprio dall’essere scena, solo scena, cioè dal rimanere sullo sfondo, senza entrare quasi mai nella trama narrativa per esaltarla. Tutt’altro, in negativo, rispetto alla Firenze dell’Hannibal di Ridley Scott, un’opera cinematografica che presenta analogie con il film di Howard. La Commedia di Dante Alighieri, invece, non è neanche sullo sfondo; del poeta c’è solo la maschera mortuaria, il naso cereo, adunco e scarno di un cadavere. Anche dell’inferno poetico non resta che il feticcio della suggestione di immagini ispirate alle terzine che dicono lo strazio dei dannati. Ma l’Inferno di Dante e quindi Inferno di Dan Brown, che a quello si è ispirato, sono porte che conducono altrove, passaggi, non mete. Inferno di Ron Howard, invece, è un pericolo, un grave pericolo che incombe sull’umanità e dalla quale i protagonisti devono salvarla. Come dicevo, un thriller hollywoodiano, classico, con scorci della bell’Italia e tenui riferimenti dotti, ma per nulla vincolanti – nessun tema: la quiete delle cellule cerebrali è preservata. Potrebbe irrompere Tom Cruise «nel mezzo del cammin» della vicenda e sarebbe a suo agio.

Il tema del romanzo Inferno è la necessità del male, il filo conduttore è la crescita enorme della popolazione mondiale. Tutta la trama è impregnata della domanda cosa è bene e cosa è male oggi per l’umanità? Il confine tra buoni e cattivi è sfumato e variabile, così come lo è l’indicazione del bene e del male, il cui apparente scambio di natura è l’essenza dell’opera. In ciò risiede il suo valore. Il film Inferno un tema vero e proprio non ce l’ha. C’è il filo conduttore, cioè la crescita enorme della popolazione mondiale, per arrestare e invertire la quale un uomo ricco e folle, Bertrand Zobrist, crea il virus Inferno, capace di uccidere miliardi di persone. Lo sviluppo dell’azione è nel tentativo di trovare il virus e impedirne la diffusione, quindi salvare l’umanità. Tutto senza domande, implicazioni, dubbi. I buoni sono buoni e i cattivi altrettanto, senza possibilità di errore. Il prevalere dei buoni non è mai in discussione. Hollywoodiano, ma come sinonimo di banale. Cosa c’entrano Dante e la Commedia? Il film è una tensione a evitare Inferno, Dante ci si immerge e lo attraversa, perché è la via, la condizione per giungere in paradiso. Torna il tema del romanzo, la necessità del male e la domanda cosa è bene e cosa è male oggi per l’umanità? Nel film, però, il senso e il valore del testo letterario sono svaniti.

020secolnovomuseocinemasceneggiaturaLa sceneggiatura di Inferno è di David Koepp, già autore di Jurassic Park (1993), Mission: Impossible (1996) e Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (2008), quindi non deve stupire che il film sia hollywoodiano. Koepp ha scritto anche Angeli e demoni (2009), dal romanzo di Brown, ma insieme ad Akiva Goldsman che invece ha sceneggiato da solo Il codice da Vinci (2006). Sempre per Ron Howard, Goldsman ha scritto A Beautiful Mind (2001), il film sul matematico John Nash vincitore di quattro oscar, tra cui proprio quello per la sceneggiatura non originale, perché tratto anch’esso da un libro. Come sarebbe stato Inferno se l’avesse scritto Goldsman? Domanda retorica, ma per dire che la sceneggiatura solleva qualche dubbio, anche quando è pensata per evitarli.

Leggendo Inferno, di pagina in pagina, tutto sembra annunciato, e in un certo modo lo è, eppure si procede vivacemente di sorpresa in sorpresa. Solo alla fine, la visione d’insieme, chiarisce ogni cosa. Anche nel film tutto sembra annunciato e in effetti lo è, ma si è persa la vivacità del procedere di sorpresa in sorpresa, per cui il ritmo rallenta e fa fatica ad accelerare. Rallenta senza fermarsi sui dettagli e nei luoghi in cui l’azione è ambientata questo è davvero un peccato. C’è attesa, nel romanzo e nel film, ma se per il lettore è soddisfatta, per lo spettatore no.

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Che la sceneggiatura sia il punto debole di Inferno colpisce, essendo lo stile di Dan Brown più di uno sceneggiatore che di un letterato e i suoi romanzi testi già pronti per la trasposizione cinematografica. Brown è un autore contemporaneo che narra per successioni di immagini e suggestioni, descritte con prosa scarna e veloce. Allora, se un film tratto da un suo romanzo è meno efficace del testo di partenza vuol dire che sceneggiatore e regista hanno commesso qualche errore. Il film è meno incisivo, più compiacente. Il romanzo inizia con la frase: «I luoghi più caldi dell’inferno sono riservati a coloro che in tempi di grande crisi morale si mantengono neutrali.» Nel film la frase c’è, ma senza l’aggettivo ‘morale’ e quindi con un senso diverso, privo di implicazioni specifiche. Ma se da una vicenda che ha il suo senso proprio in una implicazione morale come la questione cosa è bene e cosa è male oggi per l’umanità, togli l’implicazione morale resta un’avventura con riferimenti a Dante e al suo inferno poetico, ambientata a Firenze, Venezia e Istanbul, ma in sostanza banale.

La gemma del film è una frase che Robert Langdon/Tom Hanks dice a Elizabeth Sinskey: «Le cose migliori accadono sui portoni, al limite». È l’unico riferimento all’inferno dantesco, porta verso altro, ma è casuale. Infatti, i due personaggi parlano dei loro sentimenti reciproci mai assecondati. Insomma, la trama di Inferno non va da nessuna parte, se non verso il bene supremo: la salvezza dell’umanità. E vissero tutti felici e contenti.

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