Il tema è lo stesso della Brexit: Donald Trump presidente degli Stati Uniti d’America pone la questione della distanza enorme tra le élite e la società. Le élite economiche, politiche, culturali non sono più decisive. Si tratta di una vera svolta, di un cambiamento autentico che farà epoca. Per definire qualcosa di analogo accaduto nel passato in genere si usa la parola rivoluzione.

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Le élite non decidono più perché se avessero deciso loro, la Gran Bretagna non si sarebbe mai staccata dall’Unione Europea e Donald Trump non sarebbe mai diventato presidente degli USA. Due fatti recenti di estrema importanza, sia per gli stati dove sono accaduti, sia per il mondo intero. Ora è tempo di chiedersi perché le élite e la società sono così distanti, chiederselo senza la retorica dei politicanti, cioè di coloro che pensano di poter mantenere capacità di decisione con le chiacchiere. Cosa ha staccato la società dai propri rappresentanti nelle democrazie più prestigiose?

Trump ha vinto su Hillary Clinton con i voti favorevoli di 288 grandi elettori contro 215 (parziali): un distacco notevole, un’affermazione di rilievo, come di grandi presidenti USA del passato. Eppure Donald Trump era dato come perdente da tutti, compreso il Partito Repubblicano che avrebbe dovuto rappresentare. Ha vinto contro tutti, ovvero i suoi elettori non sono stati influenzati dai politici, dalle televisioni, dai giornali in grandissima parte schierati contro Trump. In discussione è una percezione diversa della realtà, a seconda che la si osservi dalla parte di chi vota oppure dalla parte delle élite; che si può intendere anche, più in particolare, come la percezione errata della società da parte di chi dovrebbe guidarla, nel senso più ampio del termine. Non è una piccola cosa. Dopo la Brexit, che Trump vincesse era possibile, prevedibile, quasi annunciato, eppure ha vinto lo stesso.

Si tratta di un confronto serrato tra democrazia e oligarchia, o meglio, tra una oligarchia camuffata da democrazia e una democrazia a cui è rimasto il voto come ultimo strumento di decisione. Questo perché la partecipazione della società alle decisioni delle élite non ha più nessuna forma concreta ed efficace e quindi non esiste più. Torna la distanza enorme che ormai separa le classi dirigenti, in senso lato, da tutti gli altri. Un confronto serrato il cui esito può essere o la definitiva affermazione dell’oligarchia, che non ha più bisogno di camuffarsi, o un estremo recupero della democrazia, che ripristina la partecipazione dei tanti alle decisioni dei pochi. La vittoria elettorale di Donald Trump non è ancora questo, ne è semmai l’inizio. Ma la democrazia ha effettivamente una possibilità del genere?

Se è vero che Trump è un poco di buono – di certo è uno che con la patente per l’automobile si trova ora a guidare un aereo –, vuol dire che la democrazia inizierebbe la sua riscossa in malo modo. Se la democrazia produce decisioni negative non fa che consolidare la posizione delle élite, proprio perché, staccata da esse, decide male contro di esse. Insomma, se nell’elezione di Trump, come già nella Brexit, le élite hanno mostrato tutta la loro mediocrità, anche la democrazia è molto lontana dall’eccellenza. Non c’è da star sereni.

Donald Trump è stato eletto presidente degli USA contro tutte le élite: un colpo storico della democrazia. Ci sarà un seguito? Sarà un presidente avversario delle classi dirigenti politiche, economiche e culturali? La vittoria elettorale rimane con tutto il suo peso, ma perché si possa usare la parola rivoluzione bisogna seguire il nuovo presidente all’opera. Trump ha dimostrato che si può vincere senza élite, ora deve dimostrare che senza di esse è possibile governare. Lo è davvero? Le élite staranno a guardare? Il confronto tra i pochi in evidenza e tutti gli altri continua, ma in una condizione di generale mediocrità.

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