La Sicilia è una terra ricca di tante cose, anche di ottimi attori. Lo ha mostrato il Montalbano televisivo di Alberto Sironi, la cui qualità e il cui successo sono dovuti in gran parte proprio agli attori siciliani che caratterizzano gli episodi. Lo conferma il secondo film di Pif, Pierfrancesco Diliberto, In guerra per amore. La vicenda è ambientata a Crisafulli, nel 1943, cioè in piena seconda guerra mondiale. La parte del conflitto che si intreccia con la trama è lo sbarco in Sicilia degli angloamericani.

locandina-in-guerra-per-amoreCome indica il titolo, il tema del film è una storia d’amore. Lui e lei vivono negli Stati Uniti, ma sono di origine siciliana. Lui vuole lei, che però è promessa a un altro: un canovaccio classico. A rendere tutto più difficile è la mafia, a cui è legato il terzo incomodo. Lei è Flora, interpretata da Miriam Leone, lui è Arturo Giammarresi, Pif. Flora è in America, ma il padre è rimasto in Sicilia. L’unica modo perché Arturo possa averla è chiederne la mano al genitore: il consenso del capo famiglia fa superare ogni ostacolo. Tra Arturo e il padre di Flora c’è l’oceano e in Sicilia c’è la guerra. Sembrano due difficoltà che si sommano e invece la guerra diventa la soluzione del problema. Gli Stati Uniti si preparano a sbarcare in Sicilia e per questo arruolano volontari di origine siciliana. Arturo ha trovato il modo di attraversare l’oceano senza pagare il biglietto.

Tutto qui? Si, la vicenda narrata è questa, nessuna sorpresa, tutto resta in uno sviluppo classico del canovaccio altrettanto classico: lui, lei e il terzo incomodo. Il film, però, non è tanto in questa narrazione, che risulta alla fine un pretesto, quanto nel contesto storico in cui essa si svolge: la Sicilia del 1943, in piena seconda guerra mondiale, quando nell’isola sbarcarono gli angloamericani. In particolare, il film è nel rapporto tra gli alleati e la mafia e quindi nel ruolo della mafia prima, durante e dopo lo sbarco. Detto ciò, In guerra per amore sembrerebbe un film che fa ricerca storica e che svela fatti finora rimasti sconosciuti. Invece, si tratta della messa in evidenza di una questione nota a cui, però, questo si, forse un film non era stato mai dedicato.

pif-set-igpa-600x400_minInsomma, dopo La mafia uccide solo d’estate, l’opera prima, Pif ha girato un film sulle origini più recenti del potere mafioso, della mafia nell’Italia repubblicana. Pif, però, è un narratore di favole, cosa che gli è riuscita bene nel primo film, molto meno nel secondo. Nel primo ha raccontato i delitti della mafia dal punto di vista di un bambino, mostrandone, cioè, risvolti sociali ed emotivi, riuscendo a rappresentare l’ambiguità di figure come quella di Andreotti e di atteggiamenti e comportamenti di quanti avrebbero dovuto opporsi con risolutezza alla mafia e invece, nella migliore delle ipotesi, si mostravano indifferenti. Tutto questo senza uscire dalla favola, cioè senza introdurre analisi esplicite, storiche o politiche, e senza bisogno di documenti d’appoggio. Si è opposto ai cattivi rappresentandoli goffi e ridicoli ed è stato dalla parte dei buoni mostrandone la comune umanità, con una leggerezza mai banale che è il senso stesso del film, l’approccio originale e apprezzato nei confronti della mafia come soggetto cinematografico.

In guerra per amore, invece, è una favola solo nelle intenzioni e nelle premesse, poi lascia il posto a un racconto semplicistico, che esalta e condanna con nettezza, in cui i comunisti sono il bene e la Democrazia Cristiana il male, perché i democratici cristiani sono i mafiosi. Fa un certo effetto vedere nelle scene finali lo scudo crociato nato proprio in Sicilia come difesa dai soprusi, nella Caltagirone del primo Novecento, issato come vessillo del nuovo potere mafioso. Le responsabilità della DC ci sono, del partito-governo o addirittura del partito-stato, ma rappresentarle in modo banale e conformista carica il racconto di propaganda e fa sparire la favola. A conferma ed esaltazione del conformismo, spuntano, ben presto visibili nel racconto, i nastrini arcobaleno, ormai ovunque, soprattutto in Rai e dintorni.

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La fonte su cui poggia il racconto nel racconto delle origini del potere mafioso attuale è il Rapporto Scotten, una carta d’archivio britannica. Compare solenne alla fine del film, come sigillo di verità: carta canta. È il rapporto di un capitano americano, del 29 ottobre 1943, sul problema della mafia in Sicilia. Non si tratta di una scoperta e quindi non c’è nessuna rivelazione, il documento è noto, è stato pubblicato dallo storico Rosario Mangiameli nel 1980.1 Ha scritto il capitano Scotten:

«vi è stata una forte recrudescenza della mafia dopo l’occupazione della Sicilia, che ha implicazioni sulla situazione politica presente e futura dell’isola e di tutto il territorio italiano»; «sotto il fascismo, la mafia, se non del tutto soppressa, era almeno molto sotto controllo, considerando che attualmente sta crescendo a un ritmo allarmante e sta anche godendo di una posizione privilegiata sotto AMG [Allied Military Government]»; «Mafia, è, in un certo senso, più di un’associazione; è anche un sistema sociale, uno stile di vita, una professione.»

La questione è ampia e non può essere trattata in poche righe, semplificata e schematizzata, altrimenti si commetterebbe lo stesso errore di Pif. Tuttavia, è opportuno introdurre ulteriori elementi nel discorso, almeno per mostrare altri punti di vista, così da allargare lo sguardo e tendere quanto più possibile a una visione di insieme. I documenti degli archivi americani e britannici, come il Rapporto Scotten, hanno «permesso di ricostruire il rapporto fra Alleati e mafia dopo lo sbarco, che certamente vi fu, ma non nei termini di una “trattativa” fra Stato e mafia … . La collaborazione tra mafia e Alleati, costituisce infatti uno dei capisaldi di quello che potremmo chiamare immaginario mafiologico, ed è, all’incirca dagli anni sessanta, argomento costantemente riproposto dalla pubblicistica e, più in generale, dai media.»2 In altre parole, va benissimo se In guerra per amore suscita curiosità sulla questione del rapporto tra alleati e mafia prima, durante e dopo lo sbarco in Sicilia, quindi spinge ad approfondire per capire come andò davvero; va malissimo se il film è inteso come una ricostruzione dei fatti a cui non serve aggiungere altro.

foto-in-guerra-per-amore-14-low_minTornando agli aspetti più specificamente cinematografici, degna di nota, oltre agli ottimi attori siciliani, è la ricostruzione degli ambienti, dagli uffici dei militari alleati, alle case di Crisafulli; merito di Marcello Di Carlo, scenografo minuzioso, anche di La mafia uccide solo d’estate. Nei modi, a volte patetici, dell’uomo custode di una statuetta di Mussolini col braccio levato nel saluto romano, c’è tanta Sicilia. Quando lui che scappa dai bombardamenti con la statua del Duce è insieme a una donnina anziana che a sua volta scappa con una statuetta della Madonna con le braccia al cielo, in quelle braccia che spuntano da un muretto che delimita la strade, c’è un evidente riferimento al teatro dei pupi, pochi fotogrammi di rara efficacia che aprono su un mondo. Ancora, quando la statuetta di Mussolini vola dalla finestra e rimane impigliata a testa in giù nel filo dei panni stesi, la favola ha uno dei momenti migliori, nella rappresentazione da teatro dei pupi di ciò che succederà a Piazzale Loreto.

La perla di In guerra per amore è che i selfie sono una minchiata. Lo proclama profetico il protagonista, Arturo Giammarresi, in una delle scene finali. Uno spasmo di originalità e anticonformismo che brilla ugualmente, ma non basta da solo a caratterizzare l’opera seconda di Pif.

 

1 R. Mangiameli, Le allegorie del buon governo. Sui rapporti tra mafia e americani in Sicilia nel 1943, «Annali ‘80», Dipartimento di Scienze Storiche, Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Catania, Acireale, 1981, pp. 609-629
2 M. Patti, Gli Alleati nel lungo dopoguerra del Mezzogiorno (1943-1946), tesi di dottorato in Storia Contemporanea XXIII ciclo (2007-2010), coordinatore R. Mangiameli, tutor S. Lupo, Università degli Studi di Catania, p. 21

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