‘A morte ‘o ssaje ched’è?… è una livella.

‘Nu rre, ‘nu maggistrato, ‘nu grand’ommo
trasenno stu canciello ha fatt’ ‘o punto
c’ha perzo tutto, ‘a vita e pure ‘o nomme

A cinquant’anni dalla sua morte, Totò sembra abbia smentito se stesso, ovvero l’Antonio De Curtis autore dei versi appena citati. Con lui la morte non è stata una livella, ma un amplificatore di notorietà e quindi di specificità. Il 15 aprile 1967 è calato il sipario sulla sua vita, ma ciò non ha determinato affatto la perdita di tutto, di certo non la perdita del nome Totò, che ancora, dopo cinquant’anni, risuona nei tanti echi della sua arte propagatisi fino a oggi.

La morte di Antonio De Curtis ha mostrato Totò umano fino in fondo, fino alla morte, appunto. Se ne poteva dubitare, per il surrealismo dei suoi spettacoli in teatro e per l’evanescenza del cinema, l’arte che lo ha consegnato a un tempo molto più lungo della vita di un uomo. Totò reale e immaginario, volto e maschera, passato e futuro. Totò e Antonio De Curtis, due modi di essere e di esprimersi. Totò, nome gridato in Via Santa Maria Antesaecula, nel cuore di Napoli, dove è nato Antonio De Curtis: un balcone al primo piano, da cui la madre chiamava suo figlio, che era da qualche parte giù in strada.

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Il balcone oggi è senza imposte, lascia intravedere e immaginare un appartamento vuoto, anonimo, luogo di lavori in corso. La luce del primo pomeriggio, illuminandolo, sembra restituirgli una vita, tante vite, sembra annunciare che da un momento all’altro si risentirà la voce che chiama Totò. Comunque, non farebbe lo stesso effetto di una volta, perché dovrebbe farsi sentire tra il rumore delle auto e dei motorini, tra la musica araba e indiana dei nuovi abitanti della Sanità. L’effetto non sarebbe lo stesso, ma questo non vuol dire che in Via Santa Maria Antesaecula Totò non ci sia più. Lo si deve cercare in modo diverso da come faceva la madre e lo si trova.

Totò c’è nelle tante edicole votive, nella religione del popolo, nella devozione a San Vincenzo Ferreri, ‘o munacone; nell’avviso scritto su un rettangolo di cartone del pericolo che cadano pezzi di intonaco; nei colori sgargianti, ma anche in quelli smorti; in due sedie collocate al margine di un incrocio; nel bar che porta il suo nome e propone il suo caffè; nella vita di cui è intriso ogni muro e ogni portone. Via Santa Maria Antesaecula spazio comune di chi vive in quella strada del rione Sanità; come se fosse un’unica abitazione, di cui la strada, appunto, non è altro che un ambiente.

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Tanti personaggi di Totò potrebbero abitare in quel basso o in quel portone, potrebbero spuntare da quella finestra o da quel vicolo. L’arte di Antonio De Curtis è una splendida sublimazione di Via Santa Maria Antesaecula, del rione Sanità, di Napoli. Ma la strada di Totò non porta ai suoi personaggi, piuttosto a lui, ad Antonio De Curtis. Tanti hanno scritto tanto su di lui, da Goffredo Fofi a Vittorio Paliotti, da Antonio Ghirelli a Luciano De Crescenzo, e di certo è piacevole e utile leggerli tutti. Eppure, ho trovato Totò in poche righe di un’epigrafe poco lontano dalla casa in cui è nato, lungo Via Santa Maria Antesaecula: misurando il suo valore / dalla sua umanità il / mondo artistico e poetico / riconosce in Totò / la voce del tempo.

secolnovo.it_Napoli_50Totò_1Totò lascia il palcoscenico ad Antonio De Curtis, nell’alternarsi dei due nomi, delle due espressività, la cui analisi distinta è solo un esercizio di stile. La maschera vive perché c’è un volto su cui può appoggiarsi. L’umanità di Antonio De Curtis rende la maschera Totò voce del tempo, cioè interprete fedele di ansie, di speranze, di pregi e difetti di un popolo e di un’epoca. Qualcosa di molto simile al neorealismo cinematografico, senza però il rischio di diventare canone estetico. Totò è stato voce del tempo dall’inizio alla fine ed è l’erede naturale di Pulcinella, o il Pulcinella del XX secolo, perché espressione della propria realtà, scheggia di realismo anche nelle scene surreali, nelle parodie, nelle sceneggiature più banali. Totò figura immaginaria perché del tutto reale, maschera efficace perché volto autentico, capace di essere futuro perché frutto genuino del suo presente.

secolnovo.it_Napoli_Sanità_4Misurare il valore dell’umanità di Totò significa riconoscergli l’uomo come misura della sua arte. Non un uomo astratto, un modello filosofico, ma l’uomo della strada. Passeggiando in Via Santa Maria Antesaecula, ho incrociato lo sguardo di uno in motorino e lui con un sorriso: «Buongiorno», mentre ha svoltato nel vicolo alla sua destra. In quel istante sono entrato davvero nel rione Sanità. Oppure, un’altra volta, verso castel Sant’Elmo, un uomo con un bastone ci dice: «Andate al castello? Seguite quella strada, non andate di qua è… sconveniente.» Il viso lungo, garbato nei modi, voce roca: Totò. Lo dissi subito a chi era con me: «Oggi abbiamo incontrato Totò, quel uomo era Totò!» Ovvero, Totò è stato anche quel uomo. Immaginazione che è realtà, maschera che diventa volto, passato che è stato anche il nostro presente.

Lasciando Via Santa Maria Antesaecula verso Via Arena della Sanità, ci si trova di fronte la pizzeria Concettina ai Tre Santi. Tra le loro pizze c’è quella Fondazione San Gennaro, con o senza miracolo, cioè col pomodoro o bianca: magnifica. La tradizione e l’umorismo napoletani diventano spettacolo in forma di ottima cucina. Spettacolo nel senso etimologico di spectare, guardare. La cultura di un popolo che ti sta davanti in un piatto. Mi piace pensare che mangiare lì è come fermarsi a casa di Totò.

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I versi citati all’inizio sono tratti da ‘A livella. Il principe De Curtis ha cantato l’uguaglianza degli uomini, affermata senza equivoci dalla morte. L’uomo misura e soggetto della sua arte. La morte livella le differenze sociali, ma non cancella l’umanità, anzi la esalta, la fa durare oltre la vita degli uomini. Totò voce del tempo, Totò maschera amalgama di volti, Totò distillato di Napoli continua a vivere perché vive la sua umanità. L’epigrafe citata prima si conclude con la dedica, a chi oggi come ieri / appassiona ed entusiasma / la sensibilità di chi ha cuore / e sentimento. Se Napoli è un’emozione, Totò è uno dei suoi brividi più intensi.

Cinquant’anni fa è morto Totò. Evviva Totò!

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