«Elizabeth si era passata il pettine fra i lunghi riccioli argentei».

locandina-inferno_mymovies-it_200pxNel film di Ron Howard la «donna dai capelli argentei» del romanzo di Dan Brown è diventata una più comune signora dai capelli lisci e scuri. Il mutato colore dei capelli della direttrice dell’Organizzazione mondiale della sanità ha fatto svanire l’originalità e il fascino di un personaggio fondamentale del racconto letterario, nelle cui parole è una parte cospicua del senso del romanzo e che invece al cinema assume rilievo per essere stata un antico, ma solo possibile amore del protagonista, il professore americano Robert Langdon. Il dettaglio dei «riccioli argentei» che non ci sono più mi sembra emblematico del rapporto che c’è tra il film e il testo da cui è tratto. Un dettaglio che oggi richiama, e poteva farlo anche nel film, donne come Christine Lagarde e Janet Yellen, in un legame virtuoso della narrazione con l’attualità anche da un punto di vista estetico. Elizabeth Sinskey rimane piuttosto una di loro che non l’attrice Sidse Babett Knudsen, voluta dal regista liscia e scura.

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«Chi semina nelle lacrime
mieterà con giubilo».

Cosa vuol dire il quinto verso del Salmo 125? È una constatazione oppure l’indicazione di un itinerario ineluttabile? Senza le lacrime non c’è il giubilo? Un detto di Gesù, nella tradizione del vangelo di Giovanni (12, 24), approfondisce il tema e indica cosa deve accadere perché alla semina segua la mietitura:

«Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».

Senza la morte non c’è il frutto, quindi non c’è mietitura e non può esserci giubilo. Ora il percorso è più chiaro, c’è una direzione: inizia da ciò che è considerato male e si compie in ciò che è pensato come bene.

 

Brown, InfernoInferno è il romanzo di Dan Brown ispirato alla prima cantica della Commedia di Dante Alighieri. Sarebbe in errore, tuttavia, chi si aspettasse un testo pieno di diavoli e peccatori, di fiamme e pece bollente, di «voci alte e fioche, e suon di man con elle». L’inferno dantesco orna la trama di Brown non come canovaccio di un andare analogo, ma come prima tappa del viaggio che ha portato il poeta fiorentino fino al cospetto di Dio. Ritrovatosi nella «selva oscura», Dante ha potuto «riveder le stelle» e giungere al «fulgore» della «luce etterna» solo attraversando l’inferno, il cupo e doloroso luogo dei dannati. Il suo procedere è stato dal sommo male al sommo bene. «La via del paradiso passa per l’inferno. Ce lo ha insegnato Dante». Vuol dire che all’uno non si giunge senza l’altro? Continua »

«A Blythe… ancora. Più che mai». Dan Brown ha trovato il suo Graal molto tempo prima di Robert Langdon. Così come Blythe lo ha trovato prima di Sophie. Le premesse del romanzo e la sua conclusione si incontrano, com’è naturale. Segno di una coerenza di fondo che è tra i caratteri più evidenti, ma meno notati del testo in questione. Continua »