C’è stato san Francesco d’Assisi, otto secoli fa, e da allora ci sono i francescani. Non ci sarebbero stati senza Francesco — a volte ritengo utile ribadire ciò che sembra ovvio. Questo, però, non vuol dire che i francescani siano Francesco o anche che siano sempre e comunque i suoi interpreti autentici ed esclusivi. Infatti, la loro storia annovera contrasti tra gruppi, divisioni in diversi ordini, opposizioni a «santa madre Chiesa», nonostante Francesco abbia manifestato ai suoi frati le ultime volontà in tre brevi esortazioni: «in segno di ricordo della mia benedizione e del mio testamento, sempre si amino tra loro, sempre amino ed osservino nostra signora la santa povertà, e sempre siano fedeli e sottomessi ai prelati e a tutti i chierici della santa madre Chiesa».1 Viene da dire: più facile di così. Eppure è successo che lo spirito di parte sia prevalso sulla fraternità, l’odio verso i ricchi sull’amore per la povertà, un sentimento di estraneità alla Chiesa sull’affetto filiale. Continua »

Stamattina, durante l’incontro con i giornalisti nell’aula Nervi, papa Francesco ha raccontato la scelta del nome.1 Nei due giorni di conclave, il suo posto in Sistina era vicino al cardinale brasiliano Claudio Hummes, «un grande amico, un grande amico! Quando la cosa diveniva un po’ pericolosa, lui mi confortava» ha detto il papa. Raggiunti i due terzi dei voti e quindi l’elezione, c’è stato l’applauso consueto. Allora, Hummes ha abbracciato e baciato Jorge Bergoglio e gli ha detto: «Non dimenticarti dei poveri!». Queste parole sono rimaste in testa al cardinale appena eletto papa e gli hanno fatto pensare a Francesco d’Assisi. Continua »