stavolta sembra guerra
ma lo era anche la volta scorsa
e l’altra ancora
guerra culturale
dove cultura è contesto
pretesto
certezza
o illusione
contrapposizione

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Indossava una marsina azzurra, una bellissima marsina azzurra. E fu l’unica mattina, «dissero alcuni, amanti degli aneddoti», in cui gli si vide in volto «un autentico e tenero sorriso». Era l’8 giugno 1794 e si celebrava la festa dell’Essere supremo, in piena Rivoluzione. Il cielo di Parigi era invaso da «una luce celeste». Una «limpidezza inaudita», rara o forse unica. Lui era Maximilien Robespierre — l’uomo che indossava la marsina azzurra, non l’Essere supremo. Nel suo caso è d’obbligo specificare, per evitare confusioni pericolose. Perché lui stesso, l’Incorruttibile, su questo è sembrato confuso.

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LeParisien20150330_leparisien.fr

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Ci sono termini che caratterizzano periodi della storia. Termine inteso nella doppia accezione di parola e di limite, perché esprime entrambi i significati, magnificamente. Ricordando che le parole sono i primi strumenti a disposizione degli uomini per delimitare. Vuol dire che le parole caratterizzanti un tempo ne dicono anche i limiti della discussione, della consapevolezza, dell’intraprendenza. Parola come limite e limite come frontiera ideale, da difendere o da spostare più avanti.

Tra le parole di questi anni e proprio delle ultime settimane ci sono verità e libertà. Arrivano da lontano, in effetti ci sono sempre, ma in certi periodi tornano in modo più incisivo e determinante. A loro volta ne richiamano altre: religione, laicità, conflitto. Il senso attribuito a ciascuna di esse fissa i limiti del dibattito culturale, ma anche le frontiere sulle quali si combatte non solo con le armi della dialettica.

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Non provavo nessuna soddisfazione nel ritrovarmi in mezzo ai miei simili.

François

 

François è un professore universitario di Parigi, studioso ed esperto dello scrittore Joris-Karl Huysmans (1848-1907), parigino anch’egli, ma di un altro secolo. François è il protagonista, la voce narrante e la coscienza in cammino di Sottomissione, il romanzo di Michel Houellebecq, uscito in Francia il 7 gennaio scorso e in Italia il 15. Esattamente in cammino, coscienza in cammino, En route, come il titolo del romanzo di Huysmans del 1895. Perché Huysmans è il riferimento esistenziale di François, non solo l’autore oggetto degli studi di una vita, sebbene ancora giovane.

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Alexis Tsipras (euronews.com)Se fossi stato un greco ieri avrei votato per Syriza e per il suo leader Alexis Tsipras. Ugualmente nel 2012, alle presidenziali francesi, mi sarebbe piaciuto votare Hollande. Spero, tuttavia, che l’impegno di Tsipras abbia un esito migliore di quello del presidente francese, del quale si è indicato il fallimento già un anno e mezzo dopo l’elezione. Dico che avrei votato Hollande e poi Syriza non perché sia di sinistra — considero superate e nocive tali definizioni — ma per la critica da loro mossa alla politica economica europea degli ultimi anni, fatta solo di rigore. Non sono un avversario del rigore, al contrario lo considero un elemento del buon governo. Ma se rimane l’unico, se il rigore è il fine unico e ultimo di un governo allora è dannoso, distrugge economie e società.

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Dopo una settimana di «Je suis Charlie» è arrivato il giorno di «Ecco Charlie».

Raffinato il realismo umoristico del titolo con cui «Libération» è uscito oggi, annunciando il primo numero del foglio satirico dopo l’attentato: «Je suis en kiosque». Quasi una resa dei conti, che alcuni si aspettavano nei confronti dei terroristi e dell’islam, ma che invece è con i tanti che si sono detti «Charlie» a parole: e ora?

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Mercoledì «Charlie Hebdo» torna in edicola dopo l’attentato.
In copertina parole di perdono per tutto e un Maometto commosso, anche lui «Charlie».
Lo sfondo è verde, il colore dell’islam.
L’ha pubblicata in anteprima il sito di «Libération», nella cui redazione sono stati accolti i superstiti del foglio satirico.
È un passo sicuro sulla via dell’integrazione.
Merci «Charlie».

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Ieri ho scritto sulla Marcia repubblicana di Parigi e della Francia, indicandola e apprezzandola come manifestazione della coscienza e della fierezza di essere cittadini. Sono valori francesi, i valori della Rivoluzione, vivi ancora oggi. Ho evitato cenni alla libertà di espressione per non confluire nella retorica — a volte noiosa — di questi giorni, ma soprattutto perché penso non sia quella la questione. Mi è sembrato inopportuno argomentarlo ieri, lo faccio oggi.

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Je ne sais pas si la France est Charlie. Être Charlie peut signifier beaucoup de choses et donc peut dire rien. Mais je sais que la France est la conscience et la fierté d’être citoyens. Les valeurs de la Grande Révolution sont encore vivants et peuvent être adressé vers le monde.

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