‘Comfort zone’ è una delle numerose espressioni della lingua inglese entrate nell’uso più o meno comune dell’italiano contemporaneo. Con un valore chiaramente metaforico, indica lo spazio psicologico in cui un essere umano è completamente a suo agio, indisturbato, comodo in mezzo a convinzioni, abitudini, schemi di ragionamento che sostanzialmente non chiedono sforzi o rischi di alcun tipo.

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1. Pil, debito e manovre fiscali
2. Famiglie e povertà
3. Occupazione e disoccupazione
4. Ricerca, sviluppo, produzione
5. La deriva del Mezzogiorno

 

L’Istat ha presentato il Rapporto annuale 2014, un quadro della realtà italiana aggiornato al 2013. Dopo le chiacchiere delle campagne elettorali europea e amministrativa, finalmente dati certi per osservare e capire l’orizzonte comune.

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È uscito a metà gennaio il primo Bollettino Economico del 2014 di Banca d’Italia.1 In esso c’è l’analisi trimestrale dell’istituto, che descrive la situazione presente e indica le tendenze per il medio termine. Si tratta pur sempre di un punto di vista, tuttavia meno parziale di altri e quindi autorevole. Continua »

L’Istat ha presentato il Rapporto annuale 2013, fonte autorevole sulla situazione del Paese, che ha il pregio della chiarezza esclusiva dei numeri. Ne propongo alcuni dei più significativi. Sono i dati che determinano le scelte politiche e di governo in Italia, anche se politici e amministratori ne parlano di rado e ancor meno mostrano di averne consapevolezza. In altre parole, si tratta della realtà, definibile — volendo — dura e cinica. Continua »

Una «grande preoccupazione» di Christine Lagarde, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, è il rischio in Europa di una «generazione perduta».1

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I bagliori che a metà febbraio erano degli incendi di Atene, mentre il parlamento greco approvava l’ennesima austerità, nell’Italia di questi giorni sono del fuoco che operai e piccoli imprenditori appiccano a sé stessi. Dalla rabbia della Grecia alla disperata solitudine italiana.

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Uno spettro si aggira fra i territori inesplorati della concertazione tra aziende e sindacati: è il nuovo contratto nato dalla mente del filosofo dell’economia italiana Sergio Marchionne.

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La discussione pubblica di questi tempi ruota intorno a due questioni in netta contrapposizione tra loro. Da una parte il governo Monti che, con stile decisamente non appropriato a tecnici bocconiani chiamati per recuperare un po’ di decoro istituzionale, lancia provocazioni di basso profilo su quel poco che c’è rimasto in materia di certezza del posto di lavoro. Dall’altra il Paese reale che, quando può, manifesta tutto il suo disagio per una disoccupazione ai massimi storici, per una gioventù senza speranze e senza prospettive, per un Paese di fatto già in aperta recessione.

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La discussione pubblica in Italia, e quindi l’informazione, procedono per chiodi fissi. Abbiamo passato l’autunno con lo spread, l’ultima settimana con la classica morsa di gelo. Per chiodo fisso intendo un argomento, spesso addirittura un dettaglio, su cui si concentra gran parte dell’attenzione, come se fosse l’unico tema possibile o, peggio, come se quel tema, oltre quel aspetto, non desse spunti per altre analisi e discussioni.

Qualcosa di analogo sta accadendo con l’articolo 18 e il posto fisso, nell’assai più ampia questione del lavoro. Domanda: i problemi del lavoro in Italia sono l’articolo 18 e il posto fisso? Continua »

Quando scrivo certe cose vorrei essere smentito dai fatti. Invece…
Nei giorni scorsi ho indicato nel viceministro Martone quella parte di italiani e di classe dirigente soavemente noncurante della realtà che rappresenta e governa. Ieri, il prof. Mario Monti in persona ha confermato la mia affermazione, con la bocconiana autorevolezza che gli è propria. Ha detto in televisione che i giovani italiani devono abituarsi a cambiare lavoro, anche perché «che monotonia un posto fisso per tutta la vita!».1

Appena evasi gli impegni internazionali, Super Mario è subito volato in aiuto del viceministro Martone, acuto conoscitore della sfiga, facendo notare ai giovani che fare un unico lavoro per tutta la vita sarebbe una noia infinita.

Sconcerto. Continua »