‘A morte ‘o ssaje ched’è?… è una livella.

‘Nu rre, ‘nu maggistrato, ‘nu grand’ommo
trasenno stu canciello ha fatt’ ‘o punto
c’ha perzo tutto, ‘a vita e pure ‘o nomme

A cinquant’anni dalla sua morte, Totò sembra abbia smentito se stesso, ovvero l’Antonio De Curtis autore dei versi appena citati. Con lui la morte non è stata una livella, ma un amplificatore di notorietà e quindi di specificità. Il 15 aprile 1967 è calato il sipario sulla sua vita, ma ciò non ha determinato affatto la perdita di tutto, di certo non la perdita del nome Totò, che ancora, dopo cinquant’anni, risuona nei tanti echi della sua arte propagatisi fino a oggi.

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Cito spesso una frase di Gabriele De Rosa perché è una sintesi efficace di cos’è la Calabria: «una fede profonda, tanto satura di storia, da rimanerne fuori.»1 Dove la fede può indicare non solo la religiosità, ma lo spirito inteso nel senso più ampio, il mondo interiore, le idee, i sentimenti, l’immaterialità tanto reale della vita degli uomini. Continua »

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«… guarda ‘sta gente, ‘sta fauna. Questa è la mia vita: non è niente.»

La grande bellezza (mymovies.it)Ha ragione Carlo Verdone, il film di Paolo Sorrentino non è su Roma. Racconta l’umanità, non la città. Al massimo rappresenta l’Italia, tutta l’Italia. Per questo avrebbero potuto ambientarlo ovunque, anche a Milano. Ma La grande bellezza mostra il barocco di oggi e Milano col barocco — di ieri — non c’entra. Roma è lo scenario perfetto, magnifico e tragico. Scenario, però, nient’altro.

Barocco, inteso come forma vistosa, eccessiva, anche di cattivo gusto. Barocco come contrasto, tra viluppi estetici e contenuti radi. Roma, appunto. La Roma delle fontane, delle piazze, delle chiese, mirabilmente confuse e pesanti e allegoriche. Eppure grandiose, quindi efficaci a coprire, a simulare. Oggi scenario notturno di femmine tacco sedici, maschi da palestra, auto lussuose. Un apparente, solo apparente contrasto tra il barocco di ieri e quello di oggi. Come se il tempo, da solo, potesse colmare i vuoti di contenuto. Lo stesso fine, ieri e oggi: abbagliare, perché non si veda oltre. Continua »

Dissenso è divergenza, quindi altra via, alternativa. È travaglio, anche drammatico, da cui però può nascere il nuovo. Allora è scelta, impegno, responsabilità. Non è moda, spinello e jeans strappati, ma l’esatto contrario.

Dissenso è cultura, quindi linguaggio e metodo rigorosi. È arte, letteratura, cinema. Gli ottant’anni del regista toscano Giuseppe Ferrara, compiuti e festeggiati a Roma il 15 luglio,1 sono un’occasione per osservare il dissenso che diventa cinema.

Quando il cinema è dissenso? Può esserlo quando documenta fatti e temi che altrimenti sarebbero trascurati dall’attenzione generale. Quando aiuta a ricordare, quando è informazione.

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