Lo «Charlie Hebdo» uscito il 14 gennaio, primo numero dopo l’uccisione del direttore e dei redattori, non è solo la copertina col Maometto commosso o le vignette all’interno. C’è un senso complessivo del foglio satirico, il punto finale, come lo definisce il redattore capo Gérard Biard: la laicità. «Charlie» è laicità.

Biard ha scritto nell’editoriale:

«Speriamo che a partire da questo 7 gennaio 2015 [giorno dell’attentato] la difesa ferma della laicità sia un dato acquisito per tutti, che infine si smetterà, per politica, per calcolo elettorale o per vigliaccheria, di legittimare o anche di tollerare il comunitarismo e il relativismo culturale, che aprono la strada a una cosa sola: il totalitarismo religioso.»1

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Ieri ho scritto sulla Marcia repubblicana di Parigi e della Francia, indicandola e apprezzandola come manifestazione della coscienza e della fierezza di essere cittadini. Sono valori francesi, i valori della Rivoluzione, vivi ancora oggi. Ho evitato cenni alla libertà di espressione per non confluire nella retorica — a volte noiosa — di questi giorni, ma soprattutto perché penso non sia quella la questione. Mi è sembrato inopportuno argomentarlo ieri, lo faccio oggi.

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